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giovedì 28 aprile 2011

11 consigli per un blog insuperabile

Prima di decidere nei mesi scorsi di intraprendere la mia avventura di piccolo blogger, avendone nel tempo consultati parecchi ma trovandomi completamente all'oscuro in merito a quali siano le tecniche idonee allo scopo di gestirne uno che sia minimamente credibile mi sono affidato ad alcuni dei tanti personaggi presenti in Rete che hanno messo in opera da vari anni questo progetto e che dunque, è matematico, ne sapevano certamente più di me e avrebbero perciò potuto consigliarmi adeguatamente.
Dopo aver per parecchio tempo prestato attenzione a queste sorte di corsi non istituzionali mi sono formato la netta opinione per cui nessun curatore di blog (nemmeno quelli maggiormente accreditati) può rivendicare in materia il possesso della scienza infusa, sebbene sia necessario ammettere che le dritte in virtù delle quali via via mi sono potuto arricchire mi sono state estremamente utili.
Consapevole quindi di aver compiuto almeno un passettino in avanti sul sentiero che conduce al totale apprendimento di questa disciplina tutt'altro che esatta e ritenendo che al momento alcuni potrebbero trovarsi nelle stesse peregrine condizioni in cui io mi dibattevo alcuni mesi fa, ho deciso di dedicare anch'io uno dei miei articoli a tutti quelli che stanno pensando di creare un blog che si occupi dei medesimi argomenti che il mio è uso affrontare quasi quotidianamente, vale a dire musica, cinema, libri, televisione e vita sociale.
Ciò, come suol dirsi, nella speranza di "fare cosa gradita" a quelli che stanno valutando l'opportunità di cominciare proprio in questi giorni.

  1. La figura del recensore o del saggista come depositari della verità rivelata è un'invenzione arbitrariamente brevettata dal recensore e dal saggista stessi, che utilizzano le loro professioni come fossero un antidoto contro le frustrazioni che li tormentano. Nessuno può vantarsi di saper compenetrare alla perfezione l'universo interiore dell'artista, nemmeno AllMusic, il New York Times Review of Books o l'Internet Movie Database. Tacciamo per spirito di carità sullo sconfortante panorama italiano. In poche parole, scrivete contenuti originali e non scopiazzateli in giro. I vostri potrebbero essere addirittura migliori.
  2. Non degnate della minima attenzione gli amici e i conoscenti (o i sedicenti esperti) che vi suggeriscano di scrivere articoli brevi, succinti e microscopici "perchè la gente non ha tempo da perdere con la lettura". Se è vero che "lunghezza" non è mai stato sinonimo di "profondità", è anche assodato che un aspirante scrittore non può star sempre a calibrare il livello di pigrizia intellettuale che affligge le masse. In fondo le puntate dei "reality shows" superano spesso le tre ore di durata e di ciò mai nessuno si è lamentato. Ancora una volta il grande scrittore interviene per aiutarci a sbrogliare la matassa: Dostoevskij scrisse ponderosi romanzi di 900 pagine unitamente ad agili racconti lunghi di non più di 150, a seconda degli stimoli che gli venissero inviati dal suo dettato interiore. In poche parole, prestate orecchio solo ai flussi della vostra creatività, sperando ovviamente che non ne siate sprovvisti.
  3. Nei vostri articoli astenetevi dal parlare di mp3, e-books e film da visionare attraverso il PC. Praticamente ogni elemento della vita sociale sta congiurando per la sparizione del tessuto culturale, che temo avrà luogo a breve termine. Non è necessario che anche voi vi mettiate di buzzo buono a cooperare per affrettarne il decesso.
  4. Diretta conseguenza del punto 3): cantate a squarciagola (magari anche in senso letterale) le lodi e le virtù dello stereo, dei libri in formato cartaceo e dei capolavori del cinema che, siccome non tutti si possono permettere una sala di proiezione domestica, possano essere gustati almeno con l'ausilio di un televisore a 30 pollici, che tra l'altro garantisce ancora l'ottimale tra le risoluzioni-video.       
  5. Se un vostro amico gestisce un'attività di DVD a noleggio e voi gli avete suggerito di inserire "Shining" nella sezione che comprende gli "horror" significa che non siete pronti per creare un blog sul cinema e che dovete ancora effettuare un po' di necessario apprendistato. Vi manca infatti probabilmente la capacità di leggere tra le righe dell'opera cinematografica.
  6. Se siete in partenza per Roma, dove domenica prossima assisterete al di questi tempi sempre incombente "concertone" del Primo Maggio, organizzatevi in modo da soggiornare presso la Capitale qualche giorno in più. Fatevi dunque un'idea precisa sui metodi e gli ingredienti per preparare correttamente un succulento piatto di spaghetti all'amatriciana. Al ritorno aprite un blog specifico sull'argomento. Vi potrebbe garantire più ampie soddisfazioni rispetto ad uno che tratti di musica. 
  7. Se ci si può trovare d'accordo sul fatto che una lingua (specialmente quella ponderosissima con cui siamo soliti esprimerci in questo paese) necessita periodicamente di andar soggetta a processi di svecchiamento, è anche inconfutabile che il pretesto di scrivere per mezzo di manifesti connotati "pop" non può sempre essere avanzato per legittimare la tendenza, oggi purtroppo imperante, a prendere a calci in bocca la grammatica e la sintassi. Non incombono su di noi delle noiose figure di professori pignoli con l'intento di supervisionare gli articoli che inseriamo nei blog e nei forum. Internet ci ha finalmente reso liberi assai più del lavoro, ma resta il fatto che bisogna continuare a sapere che "nascei" non è il passato remoto di "nascere", che il verbo avere pretende l'utilizzo della lettera "h" e la preposizione semplice "a" la rifiuta categoricamente, che la sostituzione di "per" con il simbolo "X" costituisce l'equivalente di un'aberrazione mentale, che "qual è" continua ad aborrire che lo si scriva con l'apostrofo, che la tradizione delle parole accentate non è caduta in prescrizione.
  8. Un piccolo ammonimento ai tanti "bimbiminkia" che imperversano nella Rete. Non c'è nulla di male (anzi, si tratta di un'acquisizione altamente positiva) ad utilizzare talvolta la lettera "k" al posto del gruppo "ch". A patto però che alla scelta venga attribuita un'imprescindibile valenza che sia ad un tempo politica, ribellistica, rivoluzionaria e sediziosa. Insomma il fatto di scrivere "Kossiga" o "Kraxi" detiene un significato ben preciso, mentre l'invenzione di assurdi neologismi come "kiamare" o "karissimo" è inutile come il terzo portiere in una squadra che possa contare su Dino Zoff quale estremo difensore titolare.
  9. Se il partner sentimentale vi pone irrevocabilmente di fronte all'ultimatum "o me o lo stereo" e di rimando gli suggerite di consultare un dispendioso avvocato divorzista, potete considerarvi ad un tempo giustamente cinici per ineludibile necessità e autorizzati ad aprire un blog musicale per cui non è difficile preconizzare un futuro roseo.
  10. Se al cinema vi scappa da ridere ad una battuta di Paola Cortellesi o Antonio Albanese solo perchè nel momento stesso in cui la sequenza passava sullo schermo il vostro vicino di poltrona si è voluto togliere lo sfizio di farvi il solletico allora, al pari di quel che si è detto per il punto 9), dopo un po' che sarà stato messo in Rete il vostro blog odoroso di celluloide potrà infilarsi nel taschino tutti i progetti concorrenti, esattamente come faceva Nicola Arigliano con la vecchia e comoda confezione del digestivo. 
  11. Se non ne potete più di questo spessissimo e dilagante strato di dilettantismo da cui siamo circondati e per cui stiamo rischiando il soffocamento, se potreste giurare sotto tortura che non è sufficiente prendere in mano uno strumento musicale, un copione, una penna o una cinepresina digitale per poter essere definiti musicisti, attori, scrittori o registi, sentitevi liberi (di più, autorizzati per intercessione divina) a creare uno spettacoloso e potente blog di taglio culturale-umanistico. Scordatevi le buone maniere e fate uso della vostra piccola tribuna per sparare a zero contro la pletora di irritanti spiantati senz'arte nè parte che hanno distrutto impunemente il nostro millenario tessuto culturale. Fatevi avanti senza timore dato che, nel caso in cui concordiate completamente con questo punto, c'è davvero e più che mai bisogno di voi.     

martedì 26 aprile 2011

Gli anni '60 e un disco di Keb' Mo'

I suoi primi quattro mesi sono trascorsi ma finora non si può dire che il 2011 sia stato prodigo di rimarchevoli uscite discografiche. Per i miei gusti siamo alle solite e anzi non credo proprio che nella parte restante dell'anno la tendenza sia destinata a cambiare di molto.
Da Gennaio ad Aprile il mercato ci ha infatti fatto conoscere giusto una manciata di grandi dischi firmati da qualche immarcescibile grande vecchio. Ed ecco che si torna perciò a sciorinare i nomi di qualcuno dei soliti noti: Robbie Robertson, Paul Simon, Bruce Cockburn... e non possiamo non comprendere in questo ristretto elenco quella Lucinda Williams che dalla fine degli anni '90 sta sfornando capolavori a ripetizione e dunque si è guadagnata di diritto un posto nel pantheon l'accesso al quale è consentito soltanto ai sommi.
Approfittando delle ore di tempo libero che le vacanze pasquali ci hanno concesso, contrariamente alle mie abitudini ho perlustrato abbastanza a fondo il labirintico universo di YouTube nell'intento di farmi un'idea (magari approssimativa) del valore dei musicisti che oggi vanno per la maggiore. Il giudizio sugli Arcade Fire, su Josh T. Pearson, sui Deerhunter ecc... resta ovviamente in sospeso, ma d'acchito non mi sembra che gli esponenti storici del rock 'n roll si stiano accingendo a mettere un testimone tanto importante in mani oltremodo sicure. Ho paura che gli artisti che sono saliti alla ribalta negli ultimi anni siano afflitti dal determinante problema della facile degradabilità.

Non sempre la realtà della scarsità di nuovi dischi degni d'attenzione deve essere vissuta come un cruccio. I periodi di stasi, ai quali in futuro temo sarà necessario abituarsi, possono essere sfruttati allo scopo di andare a ripescare qualche album che il tempo abbia già provveduto a datare parzialmente e che magari al momento dell'uscita non fosse stato ascoltato con la dovuta concentrazione.
E' il caso di "Peace... Back by popular demand", il disco di Keb' Mo' del 2004 che, sia per il contenuto sia per la veste grafica, dà veramente modo di supporre che la sua pubblicazione fosse stata decisa in conseguenza di una pressante urgenza interiore dell'autore più che per una sollecitazione degli zelanti boss dell'etichetta discografica.
Forse questo non fa di me un autentico professionista della critica musicale, ma devo confessare che quando l'album in questione fu distribuito d'istinto mi venne fatto di ripensare a quel vecchio telefilm di produzione italiana in cui il compianto Renzo Montagnani impersona un sacerdote dalla lingua lunga che è uso chiosare le sue battute al vetriolo con un celebre "tormentone" divenuto quasi un adagio popolare.
Ecco, effettuando un aggancio, diremo, interdisciplinare che quantomeno ha dell'ardimentoso è probabile che ad un certo punto della sua carriera Keb' Mo' si fosse trovato nell'identica condizione del famoso Don Fumino e dunque, parafrasando, se non avesse attuato le necessarie puntualizzazioni riguardo ad un determinato argomento avrebbe presumibilmente rischiato di sentirsi molto male.
Insomma "Back by popular demand" è il risultato del lavoro di un artista che, insieme ahimè ad un numero via via sempre più ristretto di persone comuni e non, non riesce a rassegnarsi al dato per cui agli anni '60, considerati nella loro accezione più larga, ormai si è deciso di riservare giusto un posto nel dimenticatoio o, nella migliore delle ipotesi, si è scelto di tenerli in vita in grazia di qualche debole (e, va da sè, patetico) rigurgito nostalgico.
Ci sono di quei raffinati esegeti del costume culturale che, usi ad eccitarsi all'atto della revisione delle loro ponderose operone, grattandosi in continuazione nel tentativo di placare pruriti dostoevskijani si sentono in diritto di parlare degli anni '60 prendendo la questione molto alla lontana. Non è il caso di Keb' Mo', che, col chiaro obiettivo di tener viva una memoria che col tempo si va velocemente affievolendo, concepì "Back by popular demand" in modo che gli intenti del suo progetto non andassero persi nel coacervo di inutili fronzoli e offrendo anche e soprattutto al giovane neofita lo spunto per affrontare una materia che non fa purtroppo parte del suo circoscritto immaginario. 
Su questa base tanto il senso della veste grafica del CD quanto della scelta degli storici brani che compongono la raccolta, l'estrema semplicità delle quali può far sorridere gli esperti e gli appassionati che in merito agli anni '60 sono minuziosamente informati, risulta altresì comprensibilissimo e tutt'altro che ilare e faceto, anzi incredibilmente serio.
Il libretto accluso alla confezione e la stessa effigie campeggiante sul dischetto di plastica trasudano colori e simboli di pace. La lista delle canzoni a prima vista può far pensare ad una di quelle orrende "compilation" da cinque euro sbattute alla rinfusa dentro i cestoni dei centri commerciali; in un album in cui non manca il Dylan classicissimo di "The times they are a-changing", la chiusura con "Imagine" è manco a dirlo addirittura d'obbligo.
A voler essere maligni sembra il compitino di uno scolaro svogliato che non abbia altre ambizioni all'infuori del raggiungimento di una "sufficienza" risicata. Ma il messaggio che sottende all'operazione è in realtà profondissimo. Tutti noi, che lo vogliamo o no, siamo il prodotto di un'epoca che oggi si tende ad accantonare con troppa facilità - e, peggio, non dimostrando nemmeno un briciolo di gratitudine. Ci si riavvicini con calma - e ricominciandone l'attenta disamina dal principio più remoto - ad un periodo storico e culturale prescindendo dal quale non ci è consentito riferirci a noi stessi come a degli esseri compiuti e perfettamente strutturati.
In fondo, parafrasando il titolo della canzone di Nick Lowe che Keb' Mo' scelse di includere nel progetto, che cosa c'è di buffo, d'inutile, di trascurabile nel desiderio di mettere in atto una forma di recupero talmente fondamentale ed irrinunciabile per la più recente storia dell'uomo?

Rimane da tentare di sciogliere il dilemma relativo al motivo per cui Keb' Mo' abbia scelto di dare proprio un titolo del genere al disco che funge da spunto centrale per quest'articolo. "Back by popular demand", ovverossia: "ho deciso di riprendere queste canzoni in conseguenza del fatto che il popolo le ha volute a grande richiesta".
Sinceramente e non senza una certa amarezza, vien proprio da pensare che una certa notte Keb' Mo', addormentatosi placidamente, abbia sognato che una quantità incalcolabile di persone ha fatto ressa davanti alla porta della sua abitazione e ha domandato a gran voce di poter riascoltare (o addirittura ascoltare per la prima volta) una selezione di brani che fanno parte del patrimonio di ognuno di noi, sia di quelli che sono soliti accostarsi alla musica in virtù di un approccio squisitamente filologico sia di quelli che non cercano altro che un motivetto allegro ed orecchiabile da fischiettare mentre si fa una doccia o si pela le patate.
A parte le congetture d'ambientazione onirica, tutto lascia supporre che Keb' Mo' avesse optato per quel titolo perchè animato dal genere di speranza che ha nel romanticismo il principale addentellato.
I tempi che corrono infatti hanno malauguratamente fatto registrare il verificarsi di una progressiva spoliazione degli ideali che fecero da linfa vitale per il decennio più pirotecnico del secolo scorso. Ai concetti pluralistici e comunitari che negli anni '60 furoreggiarono e davvero indussero molti a convincersi che si potesse "cambiare il mondo", si è gradatamente sostituito il trionfo su scala planetaria di quelli che fanno riferimento all'individualismo inteso nel senso più bieco del termine, auspice naturalmente la massiva invasività degli strumenti del Potere.
Non soltanto dunque riesce difficile credere che "Back by popular demand" sia stato effettivamente pubblicato "a grande richiesta", ma è bene anche chiedersi se sia possibile ipotizzare un futuro (perchè no, anche un presente) per la musica e la cultura folk, essendo infatti queste probabilmente le uniche due forme d'arte che presuppongono la sussistenza di un  messaggio chiaro e preciso e soprattutto di un uditorio al quale questo possa essere specificamente indirizzato.
Se non può contare su un pubblico ricettivo, sensibile, unitario e compatto che sappia accogliere ed assimilare i messaggi e gli incentivi alla lotta che provengono dalle sue canzoni, il musicista folk deve purtroppo decidere di riporre la chitarra nel fodero e di chiuderne ermeticamente la cerniera-lampo. 
Per questo, a voler essere estremamente realistici, si ricava nettamente l'impressione per cui l'essenza dell'ennesima fioritura dei canoni della tradizione, di cui il disco di Keb' Mo' può essere considerato una sorta di capostipite, rischi di andare malamente sprecata, se non sotto il profilo musicale sicuramente dal punto di vista delle possibili prese di coscienza sociali e politiche.
Esiste negli Stati Uniti una nutrita schiera di neo-tradizionalisti, facenti capo alle figure angolari di Gillian Welch e David Rawlings, che incidono dischi e sfoggiano un sembiante esteriore che ricordano gli anni immediatamente posteriori alla Depressione del 1929, per intenderci quelli in cui i Mississippi Sheiks pervennero alla fama e il cui repertorio costituisce lo spunto dei due memoriali dischi acustici che un certo Bob Dylan avrebbe pubblicato circa 60 anni più tardi.
Sebbene i gloriosi e fecondi tempi del Greenwich Village siano ormai perduti tra le spire di un passato remotissimo, le istanze folk e i loro corrispettivi musicali sono più vivi che mai, anche adesso che il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti ha lasciato chiaramente intendere di non essere intenzionato a farsene portavoce, nonostante la mole di aspettative che nella gran parte dei suoi ingenui connazionali era stato capace di suscitare. Molto meglio per lui spendere la sua immagine nello squallido siparietto a due che lo ha visto protagonista al fianco del miliardario ideatore di Facebook e che ha fatto il giro delle televisioni (spero, esterrefatte!) di mezzo mondo.
Ma allora, ci si chiede non poco rattristati, quale sorte è riservata al disco di Keb' Mo', a quelli della schiera dei novelli Woody Guthrie, a quelli dei nomi storici della musica pop, che da anni si dedicano ad un certosino lavoro d'introspezione e ripiegamento? Evidentemente quella, assai scoraggiante, di vedersi ridotti a diventare la più inascoltata e la meno meditata tra le tante lettere morte che nel tempo sono state scritte (e suonate).
Cover (Peace...Back by Popular Demand:Keb' Mo')

PEACE.... BACK BY POPULAR DEMAND - Keb' Mo'
(Sony Music, 2004)

  1. For what it's worth (S. Stills)
  2. Wake up everybody (Carstarphen, McFadden, Whitehead)
  3. People got to be free (Brigati, Cavaliere)
  4. Talk (Moore)
  5. What's happening brother (M. Gaye)
  6. The times they are a-changing (B. Dylan)
  7. Get together (C. Powers)
  8. Someday we'll all be free (D. Hathaway)
  9. (what's so funny 'bout) Peace love and understanding? (N. Lowe)
  10. Imagine (J. Lennon)  
              

              
    

martedì 19 aprile 2011

In difesa di Stanley Kubrick e Bernardo Bertolucci



Copio testualmente ed incollo dal sito del MOIGE, l'associazione di genitori che sedicentemente si è auto-costituita a mo' di baluardo a tutela e in difesa dei (ci mancherebbe, sacrosanti!) diritti dei minori: "il MOIGE è dedicato ai genitori impegnati nella tutela e crescita dei loro frutti più preziosi, i figli".
In linea di principio ci troviamo in presenza di un'iniziativa la meritorietà della quale non è ovviamente in discussione - ed è appena sufficiente scorrere la lista dei siti "amici" del MOIGE (che si occupano di contrastare quei fenomeni che sono ascrivibili alla categoria delle aberrazioni provocate da e nell'odierna vita sociale) per prendere nuovamente atto, se ancora ce ne fosse bisogno, del vasto numero di situazioni a rischio alle quali i giovanissimi (decisamente privi di necessari strumenti di filtraggio, a differenza di quelli delle epoche passate) sono quotidianamente esposti.
Bullismo, anoressia e bulimia, pedofilia.... Se a questo aggiungiamo il coacervo di insidie presenti sul Web, l'estrema e sorprendente facilità con cui oggi i ragazzi riescono ad entrare in possesso di dannosissime sostanze stupefacenti (altro che marijuana e hashish, poveri disgraziati incompresi!) - e se soprattutto teniamo conto che una consistente fetta dei cosiddetti esperti è interessata ad andare a recitare sul palcoscenico virtuale dei talk-shows, dove tutto è minuziosamente scritto e preconfezionato, più che a contribuire allo sviluppo e al buon nome del settore nel quale scelsero di specializzarsi, non ci vuol molto ad intuire che l'azione di supporto che il MOIGE si prefigge di garantire rappresenta in teoria quanto di più utile e necessario i genitori e i ragazzi che si trovano purtroppo impigliati nella rete delle varie tipologie di problemi legati al mondo dell'adolescenza possono augurarsi.

Nella parte destra della pagina iniziale del sito del MOIGE trova posto un'immagine del leggendario monoscopio a colori della RAI e, anche senza bisogno di navigare accuratamente al suo interno, ad intuito si comprende facilmente che questa è la sezione in cui la zelante ed eroica associazione intende adoperarsi per tentare di far fronte alle cause di disagio, pericolo e turbamento che ai giovani possono derivare in conseguenza dell'esposizione all'azione del piccolo schermo, che tutti sappiamo essersi fatta di anno in anno sempre più pesantemente invasiva e psicologicamente coercitiva. 
Da quando le spietate regole del commercio hanno cominciato a dettare legge sulle dinamiche e i meccanismi del mezzo televisivo questo ha cessato di essere semplicemente uno strumento preposto alla diffusione dell'informazione, della cultura e dell'intrattenimento intelligente; Ettore Bernabei fu sicuramente per altri versi un noioso bacchettone, ma è certo che sotto la sua amministrazione la TV degli anni del bianco e nero si faceva un punto d'onore di salvaguardare il non esteso patrimonio delle nostre cellule cerebrali e di mantenerne intatta l'integrità.
Allo scopo di perseguire sia delle dichiarate finalità commerciali sia dei meno manifesti e più subdoli obiettivi di natura politica il sistema televisivo si è trasformato in un'autentica scuola di pensiero e di vita, non certo tra le più edificanti che si possa ricordare. Non a caso la sua azione prende di mira le coscienze degli appartenenti alle categorie psicologicamente più abbordabili e maggiormente circuibili o influenzabili.
Su questa base non si riesce a comprendere per quale ragione la portata dell'opera di sensibilizzazione intrapresa dal MOIGE, che su altri versanti fa mostra di una combattività inusitata, viene altresì a farsi gradatamente più morbida, si affievolisce, fino a perdere completamente sostanza e ad annullarsi addirittura quando si tratta di fronteggiare il regime imposto da un avversario che ormai, specialmente nell'emisfero occidentale del mondo, ha sostituito in via pressochè definitiva i sanguinari governi dittatoriali che è stato purtroppo necessario consegnare alla Storia.
Tutto lascia quindi supporre che la televisione sia ormai diventata una specie di dio intoccabile ed inamovibile. Fatto sta che, a fronte di palinsesti che chiunque (facendo uso di un minimo d'obiettività) potrebbe scambiare per l'equivalente di un porcilaio, il MOIGE smarrisce totalmente la sua altrimenti proverbiale irruenza, si immobilizza, tace e com'è ovvio dunque acconsente e sottoscrive la sussistenza del pietoso stato di cose.
E sì che di pretesti per schierarsi a protezione della tanto invocata morigeratezza dei costumi proprio non ne mancherebbero! I programmi TV dell'intera giornata infatti (dunque, non quelli che vanno in onda alle tre o alle quattro del mattino) si protraggono inutilmente per ore ed ore e, nella necessità di stendere un impenetrabile velo sopra la crosta d'assoluto Nulla con cui subdolamente si propongono di infettare ogni poro della vita comunitaria, gli autori e i curatori dei "testi" non trovano di meglio che fare ampio uso di elementi che rappresentano il peggio di quel che oggi si può trovare sulla deprimente piazza sociale nella quale nostro malgrado siamo costretti a vivere.
Ci sono figuranti che fingono di azzuffarsi e di prendersi a male parole neanche ci si trovasse ad una riunione di condominio presieduta da vecchi scervellati. A ruota seguono presentatori che sacramentano come un turco a cui si è spento il mozzicone di sigaretta. Non manca l'allegra e gaia passerella dell'orrore fisico quotidiano: esseri con sei dita, nani alti un metro e dieci, personaggi tanto deformi che quelli dei film di David Lynch e Peter Bogdanovich finiscono per sembrarci addirittura normali (i vecchi "mostri" di Dino Risi assumono perciò adesso un valore lucidamente profetico). I protagonisti dei cosiddetti "talent" e "reality" shows si lanciano l'un l'altro vituperi e insulti con la stessa frequenza con cui Rocco Siffredi va a donne; dentro queste sgangherate e posticce sceneggiature, "vaffanculo, stronzo!" rappresenta l'epiteto più tenero e dolce.

La televisione ha fattivamente contribuito a depauperare (meglio, a distruggere) il tessuto socio-culturale dell'Italia.
Sembra che per il MOIGE la situazione non costituisca un problema. Col suo silenzio questo gruppo di strenui difensori della morale pare intenzionato, seppur indirettamente, a volerla sottoscrivere.

Nel contesto di una riflessione simile non possono non venire in mente Stanley Kubrick e Bernardo Bertolucci che, nonostante abbiano ormai conseguito l'inattaccabile stato proprio ai maestri riconosciuti e che nessuno (a parte forse le consuete frotte di immarcescibili bigotti) osa mettere più in discussione, rappresentano due tra i casi più emblematici d'ostracismo televisivo. Anzi probabilmente i massimi, visto che (sempre per ragioni d'ordine commerciale) i dirigenti dei canali di proprietà di Silvio Berlusconi hanno optato per lo "sdoganamento" dei veri e propri capolavori della cinematografia anni '70 con protagonista Lino Banfi....
Non intendo dire che tengo in modo particolare a che agli incriminati film di Kubrick e Bertolucci (mettiamoci anche "Eyes wide shut", per il quale al tempo dell'uscita nelle sale il grande regista fu accusato di essere un pornografo!) venga concesso il dovuto spazio all'interno della programmazione di questo specifico sistema televisivo. Oggi, per fortuna, esistono parecchie alternative alla possibilità della visione sul piccolo schermo e del resto considererei altamente lesivo della loro dignità artistica che queste opere fossero utilizzate come cuscinetto tra una tornata pubblicitaria e l'altra o peggio fossero trasmesse d'estate, quando c'è la necessità di procurarsi qualche tappabuco in vista del ritorno dalle ferie dei campioni della televisione-spazzatura.
Molto meglio gustarsi "Shining" o "Ultimo tango a Parigi" in una di quelle belle edizioni in DVD (ottimamente rimasterizzate, ricche di contenuti speciali e soprattutto economiche) che è molto facile trovare sul mercato. 
Di sicuro però, se non altro in linea di principio, è difficilissimo digerire la presa d'atto che a certe pietre miliari della storia del cinema e d'altra parte ai simboli dell'odierno immondezzaio catodico viene ingiustamente riservato un trattamento tanto diametralmente opposto. Questo con buona pace dei confusi crociati del MOIGE, che dovrebbero prendersela con quelli che percepiscono fior di compensi per diffondere volgarità e malcostume - e non battono invece ciglio di fronte alla forma di medievistico oscurantismo di cui degli autentici protagonisti della storia dell'arte (non solo cinematografica) come Kubrick e Bertolucci sono periodicamente fatti oggetto. 
Tutto ciò perchè in questo paese, così tanto progressista a parole ma ancora incapace di liberarsi dei cascami moralisti e vetero-conservatori che sempre lo affliggeranno, la gran parte dei cosiddetti "esperti" (che si permette di discettare tranquillamente di cinema ed arte, pur essendo in tal senso completamente incompetente) non è ancora in grado di constestualizzare e comprendere il significato dell'immagine di uno statuario corpo nudo di donna, qual è quello sfoggiato da Nicole Kidman nella famosa sequenza del testamento kubrickiano, o di una scabrosa ma pregnante scena di sesso alle soglie della perversione, come quella famosissima di "Ultimo tango a Parigi" in cui il personaggio di Marlon Brando sodomizza quello di Maria Schneider non prima di averle accuratamente spalmato di burro il buco del culo.

In Italia tutto quello che non rientra nei rigidi (e, si badi bene, del tutto arbitrari) parametri della morale cattolico-conservatrice viene bollato, in maniera indifferenziata e senza operare il benchè minimo distinguo, con l'accusa di divulgare messaggi ed istigazione alla pornografia.
Si deve perciò evincere che per le schiere di paladini che si erigono a protezione del buon costume e dell'integrità dello spirito, tra cui evidentemente gli impavidi cavalieri senza macchia del MOIGE, le prodezze dei portabandiera del Nulla televisivo detengono da parte loro  una funzione altamente educativa.                         
          

sabato 16 aprile 2011

A proposito di Umbria Jazz

Sono sempre stato un grande amante dei festival musicali ma, come ben si può immaginare non avendo questa forma di cultura preso mai veramente piede in Italia, fino alla fine degli anni '90 non avevo avuto modo di soddisfare pienamente una passione che mi fu inculcata ai tempi dell'adolescenza in conseguenza dei ripetuti ascolti per mezzo dei quali consumai letteralmente la copia in mio possesso del triplo LP "Woodstock".
La moda dei raduni in questo paese godette di un certo fervore soltanto negli anni '70 ma al tempo ero troppo giovane per pensare di fuggirmene di casa per raggiungere i luoghi dove in quel decennio si svolsero i pochi importanti festival nazionali, uno su tutti il famoso parco Lambro a Milano.
Fu così che, fatta eccezione per la partecipazione alla bellissima edizione del "Pistoia Blues Festival" del 1995, fino quasi al 2000 non mi ero potuto permettere di concorrere per ottenere la nomea di assiduo frequentatore di queste avvincenti manifestazioni, per le quali gli Stati Uniti non saranno mai sufficientemente invidiati.

Peraltro a partire dal 1999 fino a due o tre anni fa, usufruendo di tutta una serie di occasioni favorevoli non ultimo il fatto che l'Umbria è molto agevolmente raggiungibile dalle Marche presso cui da sempre vivo, potei contare (anche se soltanto per una volta all'anno) sulla stupenda opportunità di essere parte integrante del vastissimo numero di persone che tutte le estati, a cavallo della metà del mese di luglio, si ritrovano a Perugia durante i giorni di "Umbria Jazz".
Come detto fino più o meno al 2009, persino a costo di espormi ad investimenti economici piuttosto pesanti, per dieci giorni all'anno mi fu concessa ufficiosamente la cittadinanza nel capoluogo umbro, presso il quale dal 1973 si svolge un festival che nel tempo si è guadagnato un genere di fama che fino a qualche anno fa si potè a cuor leggero definire tutt'altro che usurpato, anzi assolutamente legittimo e meritato.

A quasi tutto il primo decennio del nuovo secolo infatti il valore di "Umbria Jazz" non era stato da meno rispetto a quello delle altre grandi rassegne europee, prime fra tutte quelle che si tengono ad esempio a Rotterdam e a Montreux.
Per mezzo del festival umbro fu garantito a me personalmente di godere di privilegi del genere di quelli che non baratterei con la più ingente somma di denaro.
Potei assistere ai concerti di molti tra gli ultimi rappresentanti della classicità nel jazz. Ebbi inoltre modo di entrare in contatto con la parte migliore degli esponenti della contemporaneità - e qui sia sufficiente fare tra gli altri i nomi di Brad Mehldau, Joshua Redman, Cassandra Wilson, Kurt Elling, Patricia Barber e chissà quanti altri. Soprattutto la lunga e profonda esperienza accumulata rafforzò la mia convinzione per cui, contrariamente a quel che pensa la gran parte degli "appassionati", tra un genere musicale e l'altro non sono mai esistiti compartimenti stagni o barriere divisorie di sorta. 
Del resto, con tutto il rispetto per "Umbria Jazz", cominciai a comprenderlo fin da giovanissimo, quando scoprii che Earl Hines aveva preso parte ad una seduta d'incisione di Ry Cooder e, più ancora, quando presi atto che i jazzisti della generazione di "mezzo" inserirono Joni Mitchell nel novero delle loro principali fonti d'ispirazione.

In un tempo storico in cui il generalismo indifferenziato la fa da padrone e la specializzazione e la caratterizzazione non costituiscono più dei generi di merce in grado di pagare in termini di riscontri pesanti e soddisfacenti, "Umbria Jazz" non ha trovato la forza e il coraggio (magari, più semplicemente, non ha nemmeno provato ad operare in tal senso tentativi e si è limitata ad accodarsi alle tendenze imperanti) di proporsi come una voce autorevolmente indipendente o come un progetto che niente potesse distogliere dagli obiettivi che tanti anni fa, ai tempi delle prime edizioni, ci si era prefissati. Questo quantunque sarebbe stato quantomai lecito aspettarselo, specialmente se si tien conto che negli anni "Umbria Jazz" si è conquistata un genere di reputazione a cui peraltro non si sarebbe dovuto scegliere di rinunciare con tanto irrisoria sbrigatività.
Da qualche anno a questa parte la rassegna che ha luogo tutte le estati a Perugia potrebbe chiamarsi molto genericamente, che so, "Umbria in musica sotto le stelle", talmente a cuor leggero le prerogative e le peculiarità che ne facevano un evento unico nel suo genere sono state praticamente dall'oggi al domani abbandonate.
Le cause di una scelta tanto artisticamente controproducente sono ovviamente molteplici e complesse, al punto che giungono addirittura a compenetrarsi l'una nell'altra.
Non è corretto invitare solo gli organizzatori della manifestazione a salire sul banco degli imputati. Se infatti il gusto medio del pubblico non si fosse così tristemente abbassato e se le politiche economiche suicide, su cui l'Italia e la gran parte del mondo occidentale purtroppo si reggono, non avessero relegato la cultura nel trascurato gruppo che comprende le opzioni varie e molto ma molto eventuali, il festival avrebbe avuto modo di conservare il lustro e il prestigio per i quali è rinomato in tutta Europa.
Bisogna tuttavia anche ammettere che, ad un certo punto del suo cammino, "Umbria Jazz" ha deciso in totale autonomia di operare una deviazione determinante rispetto al suo consolidato percorso. Ha infatti inaspettatamente scoperto di possedere una marcata predisposizione per il gigantismo, che di certo non va d'accordo con il jazz e in genere con la cultura musicale. I lustrini, le paillettes e le luci abbaglianti (e la conseguente possibilità di incamerare guadagni più lauti) sono stati anteposti alla necessità e al dovere di operare in un regime in cui l'understatement, la ricerca e la cultura continuassero a far valere la loro predominanza.
Noi appassionati fummo ad un certo punto spinti a forza a trasferirci dai confortevoli e circoscritti Giardini del Frontone, dove storicamente aveva sempre avuto luogo il classico concerto di "prima serata", all'enorme e dispersiva Arena S. Giuliana, una specie di grande discoteca a cielo aperto che chiaramente impone agli organizzatori costi di gestione molto elevati e di conseguenza la necessità di abbassare il livello medio delle proposte, ciò nell'intento di vendere un numero sempre maggiore di biglietti così da ammortizzare le presumibilmente molteplici voci di "uscita".
Su questa base la direzione artistica ha inferto una sterzata radicale alla sua consolidata politica. Un festival che in passato si caratterizzò pesantemente per l'indipendenza delle scelte e persino per la capacità di imporre nomi e tendenze con incredibile autorevolezza (Perugia contribuì in modo essenziale al successo planetario di Brad Mehldau) oggi si è venuto a trovare nella grottesca condizione di dover soggiacere ai "ricatti" degli spettatori che, scegliendo o meno di comprare in massa i biglietti d'ingresso ai concerti, ne tengono in pugno la sopravvivenza, che ha dunque finito per legarsi alla prodigalità dei portafogli.
La nuova situazione che si è venuta a creare non equivarrebbe di certo ad un problema se "Umbria Jazz" potesse ancora contare sulla tipologia di pubblico che andava per la maggiore nei passati decenni e che era costituita da un genere di appassionati che avevano nella ricettività, nella curiosità e nel desiderio di allargare gli orizzonti della conoscenza le caratteristiche salienti.
Oggi peraltro l'azione dei media commerciali e la concomitante predisposizione ad accondiscendere ad una forma di pigrizia intellettuale sempre più dilagante hanno finito per contaminare anche un uditorio un tempo brillante, entusiasta ed esuberante.
Questo alla fine è di fatto diventato il comandante "in pectore" della rassegna perugina e i risultati dello stato di cose si riflettono su una programmazione che di anno in anno è andata facendosi più scadente.
Per compiacere i gusti facili del grigio pubblico a cui è concesso di dettare legge, "Umbria Jazz" non ha esitato a snaturare la sua storica immagine. 
Gli organizzatori hanno preso ad effettuare aperture sempre più larghe in favore dei mestieranti italiani che suonano un tipo di musica che del jazz conserva a malapena l'aspetto esteriore e a cui i miei connazionali si sentono legati in forza di un attaccamento che chiama in causa il patriottismo più che l'amore per la cultura musicale.
Oltre a ciò il cartellone ogni anno è fin troppo straboccante di nomi la cui importanza storica ovviamente non si discute ma che, vuoi per le cattive condizioni di salute vuoi perchè la vena artistica li ha abbandonati, oggi non hanno più nulla da dire e si limitano a fare pubblicamente sfoggio della loro immagine sacra. E sì che negli anni mi è toccato assistere a sconsolanti e penose esibizioni di quel che restava di James Brown, Solomon Burke, Oscar Peterson, Sonny Rollins, Diana Ross e B.B. King!  Il pubblico, nonostante non gliene fosse data ragione, continuava ad applaudire meccanicamente e a levare al cielo immotivate ed inspiegabili grida di giubilo.
Pare che quest'anno a Perugia transiti persino il fantasma di Liza Minnelli. Si tratterebbe di un'esperienza prevedibilmente traumatica alla quale ho già senza patemi deciso di rinunciare.

Nel tempo sui dèpliants del programma di "Umbria Jazz" è nientemeno accaduto di dover leggere i nomi di Mario Biondi, Fiorella Mannoia e Vinicio Capossela.....
Di questo passo tra qualche tempo vedremo Ilona Staller prendere i voti come novizia tra le Carmelitane!                 
        
         

giovedì 14 aprile 2011

La morte di Sidney Lumet




In Italia viene pubblicato dalla metà degli anni '70 un giornale quotidiano che, almeno a parole, si è auto-eletto fin da allora portavoce ed alfiere dei contrafforti del pensiero di sinistra. I quali, ancor prima che farsi rivelatori dell'appartenenza ad una determinata corrente politica, in primo luogo sono o dovrebbero essere di natura e d'ordine eminentemente culturali. 
E' stato così che pochi giorni fa mi è molto dispiaciuto leggere nell'edizione on-line del giornale suddetto uno sbrigativo e meramente compilativo epitaffio alla figura del grande Sidney Lumet che certamente, nella tristissima occasione della sua morte, sarebbe stato degno di parole denotanti ben altra considerazione. 

Forse l'autore dell'articoletto era stato costretto ad ubbidire a precisi e ferrei ordini di scuderia: "oggi la gente non legge più nemmeno le avvertenze sulle confezioni dei medicinali, quindi vedi di non dilungarti troppo e di non peccare di prolissità".... Non è da escludere peraltro che ci si trovi nuovamente di fronte al consueto problema della limitatezza di orizzonti tipica delle tante figure di inesperti che oggi operano nei vari settori della cultura. E' dunque probabile che il diligente redattore di cui sopra abbia avuto nel tempo notizia soltanto degli esiti meno rimarchevoli o più conosciuti della carriera di Lumet. Ad ogni modo l'autore di un sì talmente vasto numero di opere fondamentali, che un piccolo blog come questo non può permettersi di affrontarne la disamina nel suo complesso, avrebbe meritato un elogio di rilevanza assai maggiore.
Ci sarà assolutamente modo in futuro, quando le figure degli esponenti dell'immaginario odierno cominceranno una ad una a lasciare questo mondo, di abbandonarsi al piacere della stesura di temini della lunghezza e della consistenza di un banale trafiletto. 

Nonostante ufficialmente non disponga dei titoli accademici sufficienti alla bisogna, proverò per quel che posso a fare un po' meglio di quel giornalista.
Dunque la scorsa settimana, all'età di 86 anni, se n'è andato Sidney Lumet, uno degli ultimi grandi registi cinematografici (insieme a Scorsese, Allen, Lynch, Coppola....) che fino all'estremo era riuscito a resistere al pressante ed ineludibile richiamo della Signora con la falce. In vecchiaia per fortuna si era tra l'altro scoperto a godere di una superba e robustissima vitalità artistica. Il meraviglioso "Before the devil knows you're dead" rappresenta infatti indiscutibilmente uno degli apici assoluti della politica autoriale di Sidney Lumet, che si è sempre occupata di conferire il giusto rilievo alle tante figure di diseredati comuni che ci passano accanto per strada tutti i giorni e a cui la gran parte delle volte manchiamo colpevolmente di prestare attenzione e dispone tranquillamente dei mezzi artistici per consacrare al dimenticatoio la pletora di inutili filmetti prodotti in anni recenti, la distribuzione dei quali si dovrebbe proprio trovare modo di interrompere.




Come accennato la filmografia di Sidney Lumet si compone di un numero di titoli talmente ampio che decisamente non è consentito supporre di poterne passare ognuno al setaccio con la meticolosità che il caso in teoria richiederebbe.
Il lontano 1957 è l'anno dell'opera prima del regista americano, quel "12 angry men" che portò subito alla necessaria evidenza i caratteristici luoghi narrativi del suo cinema. Al tema che sostanzialmente fa da perno centrale attorno a cui tutta questa filmografia di fatto ruota continuamente (in questo caso la dozzina di giurati che si riunisce in camera di consiglio deve stabilire se una certa figura appartenente alla galleria dei "diseredati" abbia effettivamente commesso un omicidio e se a suo favore possano essere addotte delle attenuanti) si accompagnano di volta un volta uno o più sotto-testi che hanno la funzione di arricchire di ulteriori spunti una cinematografia che alla lunga finì inevitabilmente per sovrabbondarne, senza però che per questo Lumet abbia (quasi) mai smarrito le coordinate del suo percorso. 
Nel caso di "12 angry men" la vicenda di un gruppo di avvocati e pubblici ministeri che per un'ora e mezza (in tempo praticamente reale) se ne sta chiuso in una stanza a discutere la sorte di un probabile condannato a morte dà luogo ad una struttura narrativa fondata sull'unità aristotelica propria dei film di impianto teatrale, essendo infatti questo linguaggio un punto di forza e un autentico caposaldo delle opere dei grandi registi americani di quegli anni, vedi ad esempio Elia Kazan.

Non c'è ombra di dubbio che il film sotto certi aspetti emblematico dell'opera di Sidney Lumet è il suo capolavoro del 1975 "Dog day afternoon". Ciò non semplicemente perchè è uno dei lavori più rappresentativi della carriera di Al Pacino nè perchè trova posto in ogni graduatoria dei "thriller" più riusciti che si rispetti. Il titolo la cui traduzione italiana è diventata nel tempo qualcosa di molto più consolidato di un comune adagio popolare ("quella squadra di calcio ha subìto una sonora sconfitta; il suo è stato l'autentico pomeriggio di un giorno da cani") pone la classica coppia di disperati di cui i racconti per immagini di Lumet non sono mai privi, i quali tentano di improvvisare una rapina in una banca del pieno centro di New York e perciò si votano ad un'impresa su cui dall'inizio incombe l'ombra del fallimento, nel pieno di una vicenda che il frenetico svolgersi degli eventi contribuisce a trasformare di minuto in minuto in qualcosa di assai più complesso ed articolato.
Sul luogo dove avviene il fatto di cronaca, oltre alla polizia e alle immancabili frotte di curiosi, intervengono infatti gli operatori di un'emittente televisiva allo scopo di riprendere e filmare quel che sta accadendo. Da questo momento la vicenda innescata dagli sprovveduti personaggi interpretati da Al Pacino e John Cazale si tramuta in un autentico reality-show ante-litteram, le persone comuni che sul posto si sono date convegno sono appagatissime dato che possono diventare parte integrante del quale. Questo al punto che l'elemento della rapina finisce gradatamente per passare in pratica in secondo piano. 
A questo proposito è straboccante di forti contenuti simbolici la battuta pronunciata dal personaggio del ragazzo che è stato incaricato di portare le pizze che servono a sfamare i due "malviventi" e il gruppo di ostaggi. Nel momento preciso in cui passa davanti alle telecamere e viene perciò da queste ripreso e chiamato indirettamente a divenire partecipe dello spettacolo, il giovane prende coscienza di essersi potuto affrancare, anche se solo per pochi istanti, dall'anonima e grigia esistenza tra le soffocanti spire della quale è anch'egli costretto a vivere - ed esultante e festante annuncia pubblicamente di "essere diventato un divo".

Da queste premesse non è difficile individuare la presenza di un altro dei tanti sotto-testi che nel cinema di Sidney Lumet brulicano letteralmente e lo saturano fin nei suoi recessi più riposti. Ci si riferisce allo studio e alla disamina delle potenzialità negative e distruttive della televisione, sviscerata e discussa in "Dog day afternoon" come un mezzo dotato di una natura incredibilmente invasiva e sadicamente capace di garantire, alla gente "invisibile" che ne ha un estremo bisogno, un genere di popolarità e di fama che ha nell'illusorietà e nella caducità le sue essenziali (forse le uniche) componenti.

Il 1976 è l'anno di "Network" e con questo film Sidney Lumet fece sì che il senso della parabola sugli effetti del mezzo televisivo si allargasse esponenzialmente fino a giungere a toccare un raggio d'analisi vieppiù ampio e comprensivo. "Network", chissà perchè ribattezzato in Italia "Quinto potere" (c'è da supporre che per i nostri distributori il vecchio classico di Orson Welles gli avesse impedito l'accesso alla Champions League!!), costituisce il tassello iniziale di un'ideale trilogia i cui due altri elementi sono i successivi "La morte in diretta" di Bertrand Tavernier e "Videodrome" di David Cronenberg, nel quale il regista americano indaga e smaschera con encomiabile lucidità la spietatezza e la mancanza di scrupoli dei dirigenti di una stazione televisiva che, sottoposti alla schiavitù degli indici d'ascolto (e dei profitti che possono derivarne) e decisi a tentare ogni mezzo pur di risollevare le tutt'altro che floride sorti della loro creatura, optano per il varo di un palinsesto che, senza bisogno di scendere nei dettagli, ci si propone di organizzare sulla base di materiali e programmi i più abietti e repellenti possibile. 
Di fatto Sidney Lumet (ma i citati Tavernier e Cronenberg spinsero fino all'estremo il senso della ricerca, conferendo ad essa connotati manifestamente apocalittici) preconizzò con svariati anni d'anticipo gli effetti della degenerazione  di cui in Italia si cominciò a prender coscienza all'inizio degli anni '90 e negli Stati Uniti presumibilmente anche parecchio tempo prima.

                          

martedì 12 aprile 2011

AllMusic: utilità e avventatezza nelle opinioni

E' trascorso quasi più di trent'anni ma da qui all'eternità sarà impossibile dimenticare i tempi in un certo senso pionieristici in cui, insieme ad un non nutritissimo gruppo di appassionati la cui vita era stata al pari della mia scombussolata dall'incontro (meglio sarebbe dire, dallo scontro) con la musica rock, ci si dava eroicamente da fare allo scopo di gettare le basi di quelle che oggi sono diventate a tutti gli effetti le nostre adorate discoteche domestiche. 
A dire il vero, so di alcuni miei antichi compagni di ricerca che, avendo barattato l'adesione alla causa del rock 'n roll con la sottomissione a quella delle convenzioni sociali, hanno rinnegato il significato del fermento da cui in quegli anni eravamo guidati, non hanno più comprato un disco in vita loro e hanno praticamente rimosso dalla memoria quelli già in loro possesso. Se non se ne sono sbrigativamente sbarazzati, li conservano rincantucciati presso un riposto angolo della soffitta a prender polvere - e sappiamo benissimo quanto gli amati e bistrattati dischi in vinile siano suscettibili alle ondate di pulviscolo atmosferico!
Una volta un mio conoscente mi invitò a casa sua dato che era intenzionato a disfarsi dei pezzi della sua piccola collezione. Mentre mi accingevo a tirar fuori il portafoglio costui mi fermò affermando che sarebbe stato suo desiderio regalarmi l'intero lotto. Mi sentii felice ma allo stesso tempo profondamente amareggiato.

Malinconiche digressioni a parte, è pur vero che a cavallo tra la fine degli anni '70 e i primi '80 la nostra attività di speleologi poteva essere considerata doppiamente illustre. Non potevamo infatti contare sui coadiuvanti supporti in grazia dei quali oggi i ragazzi, se solo non fossero così intellettualmente pigri e si applicassero un po' nell'affascinante pratica della ricerca, potrebbero fregiarsi del titolo di esperti semplicemente lavorando da autodidatti.
L'unico aiuto a nostra disposizione era rappresentato dal leggendario e sfruttatissimo volume enciclopedico comprensivo di schede biografiche e discografie che, per quanto lodevole ed assai esaustivo per l'epoca, poteva soltanto portarci a conoscenza delle punte dell'assolutamente complesso iceberg chiamato rock 'n roll, il quale è fornito in realtà di centinaia di più o meno nascoste diramazioni che solo nel corso di anni recentissimi e conseguentemente all'avvento della Rete abbiamo potuto aver agio e comodo di esplorare.
Per dare un'idea delle sfavorevoli condizioni in cui si era costretti ad operare, dirò soltanto che per noi la fertilissima scena che si sviluppò a San Francisco nella seconda metà degli anni '60 continuò per parecchio tempo a corrispondere ad una questione circoscritta ai Grateful Dead, ai Jefferson Airplane e ai Quicksilver Messenger Service.

Com'è naturale Internet equivale ad un variegatissimo oceano scandagliando il quale è necessario mettere in atto un'attentissima opera di discernimento. A causa della Rete si può rischiare infatti di ridurre ai minimi termini il conto corrente bancario o ci si può permettere di soppesare i fatti privati di Fabrizio Corona, che del resto consistono solo in quanto si decide di renderli pubblici.
Ma, nonostante le sue laceranti contraddizioni, il Web costituisce in linea di principio una fonte d'informazione e conoscenza (per di più, in buona parte gratuita) quale prima d'ora non se n'era visto l'uguale. Trattandosi di un ritrovato a cui si è per fortuna scelto di conferire un connotato marcatamente pop, forse per la prima volta nella Storia succede che gli appassionati di musica rock possono pienamente e finalmente soddisfare la loro sete di sapere.

Il sito AllMusic.Com, in virtù degli innumerevoli percorsi potenziali che l'esploratore ha l'opportunità di intraprendere al suo interno, rappresenta l'esaustiva, multi-funzionale, onnicomprensiva e mai sufficientemente lodata risorsa enciclopedica di cui in precedenza l'appassionato era sempre andato vanamente in cerca. Qui si trovano recensioni, biografie, una minuziosa suddivisione nei più vari stili, discografie complete, titoli delle canzoni album per album con tanto di durate espresse in minuti e secondi, giudizi critici (ovviamente in quanto tali opinabili, ma decisamente utili allo scopo di orientarsi nelle politiche d'acquisto).... AllMusic non manca proprio di nulla e a maggior ragione non si riesce dunque a digerire che i giovani d'oggi rinuncino a priori a diventare degli autentici filologi e si accontentino bensì di procacciarsi la forma di cultura approssimativa e casuale che oggi purtroppo imperversa e rappresenta il triste lascito di quest'epoca generalista nell'accezione più deteriore.

Vale da sempre la regola per cui "il troppo stroppia" e nemmeno AllMusic è in grado di conservarsi immune rispetto all'implacabilità dell'assunto. Non so se dipenda dal fatto che anche questo sito deve sottostare, come la gran parte di quelli a cui è concesso di occupare un certo spazio nella Rete, ad una specifica ed inevitabile serie di dettati commerciali. Magari, molto più semplicemente, i redattori che sovrintendono alla gestione del dominio sono per la maggior parte giovani e perciò possono rivendicare il possesso di un orizzonte culturale e di un senso della Storia limitati tanto quanto lo sono ad esempio quelli dei "cinefili" italiani per cui il cinema fu inventato nell'anno in cui venne distribuito Pulp Fiction.
Fatto sta che questa pur per altri versi attendibile fonte si abbandona talvolta ad affermazioni la falsità storica delle quali non può non essere stigmatizzata, anche se non senza un certo dispiacere.
Da tanto tempo lo si sentiva dire al punto che è ormai diventato un luogo comune accettato da più parti e che nessuno osa mettere in discussione. Al giorno d'oggi qualora si desideri avvalersi della facoltà di indignarsi e di muovere obiezioni nei confronti dei consolidati stereotipi (culturali e non), si rischia di essere fatti passare per terroristi con una spiccata predisposizione per il disfattismo. Tuttavia, sebbene negli anni abbia cercato di premunirmi con la pazienza dei santi, non mi riesce più di tacere allorchè mi tocca tornare per l'ennesima volta a sentire il presunto assioma per cui i Nirvana e gli altri gruppi di area "grunge" hanno cambiato il corso e il volto della musica rock. In un certo senso, se vogliamo, è stato così, ma soltanto in quanto queste bands hanno selvaggiamente ed indiscriminatamente spogliato il rock 'n roll dei suoi archetipi storici e senza alcuno scrupolo li hanno dati in pasto al Mercato. Questa fagocitante entità, dopo averli sottoposti ad un accurato processo di adulterazione e banalizzazione, li ha serviti sul classico piatto d'argento alle generazioni di più recente costituzione, le quali non hanno potuto che far propria una cognizione del rock 'n roll assolutamente distorta. Esso è stato infatti impietosamente asciugato e deprivato delle componenti contro-culturali che, a partire dagli anni '50, l'avevano reso una forma d'arte che, nonostante il perdurare delle manifestazioni di snobismo provenienti dai vari ambienti accademici, aveva altresì nella complessità il suo tratto distintivo ed essenziale.
Alla strombazzatissima e pompata "scena di Seattle" bisogna insomma imputare la degenerazione di un preciso costume culturale.
Adesso è sufficiente, nella maggior parte dei casi, che i componenti di un determinato  gruppo si lascino crescere un po' i capelli, facciano trascorrere lunghi intervalli di tempo tra una doccia e l'altra e sul palco si sbattano come degli autentici invasati perchè a loro venga riconosciuto il possesso di una vera "anima rock".

Non senza una profonda amarezza mi viene istintivo ripensare al gran numero dei gruppi veramente seminàli che negli anni '80, pur se soffocati ed imprigionati tra le maglie del sottobosco discografico, trassero nondimeno dai loro fertili spiriti il coraggio e l'ispirazione per riscrivere davvero le coordinate dell'estetica del rock, che proprio allora era alla ricerca di idee riguardo a nuove possibili direzioni da intraprendere.
L'album "The days of wine and roses" dei Dream Syndicate, pubblicato negli stessi anni in cui il pop sintetico inglese letteralmente furoreggiava, si preoccupò di ricollocare le chitarre elettriche al centro della struttura della canzone molto tempo prima che i Pearl Jam si siano proposti di farlo, per di più scopiazzando impunemente il mondo musicale di Neil Young.
E, quantunque si continui ad attribuire ufficialmente ai Nirvana il brevetto della fusione fra gli stilemi del punk e la canzone pop, gli appassionati che si sentono a buon diritto ed orgogliosamente figli della Storia sono in realtà consapevoli che di questa splendida intuizione furono bensì artefici a metà degli anni '80 quegli Husker Du che oggi sono ricordati soltanto dai fans che non hanno dubbi riguardo a dove si situi davvero la cultura musicale alternativa, un concetto di cui negli ultimi anni ci si è fatti un punto d'onore di snaturare ed impoverire.





                   

venerdì 8 aprile 2011

Quentin Tarantino tra i maestri del cinema


Quale miglior occasione di una serata che precede una mattinata di vacanza per rivedersi, con calma e lontano dal chiasso e dal chiacchiericcio che sempre accompagna questi eventi, "Kill Bill" di Quentin Tarantino, già a tutti gli effetti diventato un'icona del cinema contemporaneo e di tutti i tempi? Da tempo mi ero ripromesso di farlo e allo scopo ho non a caso colto un periodo in cui Tarantino si trova in posizione piuttosto distante rispetto alle luci della ribalta e dunque il personaggio non è fatto oggetto una volta tanto degli accesi commenti e delle aspre polemiche che, dai tempi già un po' remoti di "Reservoir dogs" ne distorcono parzialmente l'immagine ed impediscono perciò che sul suo lavoro si compia una disamina lucida ed accurata.

Gli appassionati che, privi di un adeguato supporto, conferiscono il sigillo della classicità ai prodotti della società dei consumi culturali con esecrabile facilità, hanno già da tempo fatto sì che Tarantino sia diventato per l'epoca attuale ciò che David Wark Griffith fu per gli anni del cinema muto e "Easy rider" per quelli del sonoro. Mi riferisco alla massa, vasta in modo preoccupante, di boriosi incompetenti che rivendicano con orgoglio di non possedere alcun concetto della Storia - e della Storia della cultura in particolare - e che, senza timore di pronunciare castronerie che farebbero tremare le fondamenta di una montagna, attribuiscono il patentino della classicità a certi film che furono distribuiti non più tardi di una decina di anni fa o al massimo alla fine degli anni '90.
Qui non sono ovviamente in discussione i gusti e le preferenze di ciascuno, ma non capisco come si possa ad esempio parlare a cuor leggero di "Blow" come di un prodotto che rivoluzionò l'estetica dei film che hanno per argomento la tossicodipendenza. Per dir meglio, lo capisco soltanto a patto di mettermi a riflettere profondamente sul dato per cui i rampolli della prima forma di "civiltà" che si permette l'incredibile lusso di prescindere dalla Storia non concepiscono neppure che quasi quarant'anni fa sia stato girato un film intitolato "Panico a Needle Park", diretto da un signore di nome Jerry Schatzberg che non trova certamente posto fra i tasselli dell'odierno immaginario virtuale, o almeno ve lo trova nelle sembianze di una specie di uomo di Neanderthal provvisto di tanto di folta peluria sul torace ed uso a comunicare con gli attori e i componenti della troupe a forza di gesti e mugugni. 

Devo confessare che, pur non essendomi perso alcuno fra i film da lui diretti, nell'atto di pormi nei confronti dell'opera di Quentin Tarantino non avevo finora mai mancato di calzare un utilissimo paio di scarponi di piombo oltremodo robusti. Tecnicamente parlando il suo talento non è naturalmente mai stato in discussione. In particolar modo noi italiani, che abbiamo la sfrontatezza di pensare a Nanni Moretti e Neri Parenti come a dei veri registi cinematografici, non ci possiamo prendere la libertà di muovere all'autore di "Pulp fiction" alcun appunto nemmeno laddove davvero la necessità saltasse più chiaramente all'occhio dell'osservatore.
La mia personale freddezza traeva origine dal fatto per cui non avevo mai compreso appieno se Tarantino si limitasse ad utilizzare il linguaggio del cinema come strumento per giocare e spassarsela. In sè, naturalmente, si tratta di un'attitudine tutt'altro che disdicevole; Brian De Palma, uno degli indisputati maestri, si diverte con la macchina da presa fin da quando era già grandicello. Unitamente a questo, era per me motivo di una certa preoccupazione la probabilità, che non era possibile escludere a priori, che il cinema di questo regista non si prefiggesse alcun perlomeno minimo obiettivo d'ordine autoriale, che egli in buona sostanza si ponesse il solo scopo di produrre "arte per arte" nel senso deteriore dell'accezione. Che fosse insomma, mi si passi l'azzardato aggancio, una sorta di contraltare in celluloide del vecchio ed estenuante Aleardo Aleardi.



Il monumentale "Kill Bill", pur nel dipanarsi delle sue articolatissime quattro ore di durata, non mi sembra funzionale a far luce in merito ai dubbi che il controverso Quentin Tarantino si fa un punto d'onore di suscitare nei suoi esegeti fin dai tempi della sua opera d'esordio. Ancora una volta ci si trova infatti di fronte allo svolgersi di un magma indifferenziato di "topoi" classici della cultura pop, certamente non ordinati in un sistema narrativo che disponga dei crismi dell'organicità e bensì tenuti insieme da un esilissimo filo di sceneggiatura che ha tutta l'aria di essere nulla più che un semplice pretesto. Persino coloro che professano un'adorazione incondizionata per il film, in special modo com'è ovvio le ragazze e le donne, sono caduti nel gigantesco equivoco di interpretarlo ed apprezzarlo soltanto sulla base della quasi invisibile trametta, che di "Kill Bill" rappresenta appena la friabile crosticina esteriore - e hanno ad esso assegnato i connotati di un pamphlet sulla donna forte e restìa a sentirsi parte del cosiddetto sesso debole, che lotta fino allo stremo per perseguire e portare a compimento il suo desiderio di vendetta.
Insomma i più grossolani amanti di Tarantino hanno fatto di "Kill Bill" una specie di trattato femminista poslittera, che serva alle donne da incentivo a combattere contro i soprusi perpetrati ai loro danni dal maschio padrone.
In effetti, per mezzo della costruzione del personaggio dalle mille inafferrabili identità cucito addosso ad Uma Thurman, il regista ha messo in scena e dipinto una delle più straordinarie ed avvincenti figure di "femmina folle" da far impallidire Gene Tierney e che al cinema si siano mai viste.
Black Mamba, o come si preferisce identificarla, semina dietro di sè morte e devastazione come un super-eroe da fumetto, ma "Kill Bill" è importante soprattutto perchè qui la predisposizione di Quentin Tarantino a "vivere per il passato" (chi più di lui possiede i titoli per essere nominato vice-amministratore o addirittura co-direttore di questo blog?) viene resa lampante e dichiarata spregiudicatamente in virtù di un processo di sistematizzazione dei "luoghi" (è questa l'autentica chiave narrativa del film) di cui le opere precedenti, nelle quali come accennato la componente ludica risulta prevalente, sono in ultima analisi fondamentalmente prive.
La vicenda dell'impavida eroina che non si ferma di fronte a nulla pur di farla pagare ai suoi nemici e di ottenere di abbracciare la figlioletta che aveva creduto perduta per sempre si svolge al cospetto di un fondale che è l'equivalente di un catalogo per immagini e suoni dell'immaginario popolare con cui la maggior parte di noi, fianco a fianco con lo stesso Quentin Tarantino, è orgogliosamente cresciuta. Un veicolo, alla composizione del quale il cineasta si è applicato con zelo struggente ed ardimentosa passione, in virtù del quale effettuare un tentativo di perpetuazione del substrato di Storia che i prodotti umani dell'epoca attuale, tanto intellettualmente circoscritti quanto fastidiosamente presuntuosi, non si sono fatti scrupolo di cancellare, edificando al suo posto un mondo sedicentemente rinnovato (traballante perchè sprovvisto dei necessari basamenti) che poggia sul nulla e conseguentemente ha nella degradabilità delle sue componenti la principale (diciamo meglio: l'unica) caratteristica.

Non senza amarezza bisogna concludere che il vero significato di "Kill Bill", che per di più non si annida di certo tra le sue più recondite profondità narrative, paradossalmente non è arrivato  alle persone che pure lo considerano uno dei loro film preferiti. Ci si è limitato ad identificarsi con la volitiva figura della protagonista e non ci si è invece soffermati, evidentemente per paura di durare troppa fatica, sulle citazioni dei film di kung-fu, sui rimandi alle opere di "exploitation", sul ricordo degli "spaghetti western", su una colonna musicale (un perno narrativo irrinunciabile) in cui predominano echi "surf", giri di chitarra funky che farebbero ballare la protagonista di "Boxing Helena", sottofondi di pianoforte elettrico e di Fender Rhodes che rimandano ai tempi in cui il jazz entrò in contatto e si imbastardì con le altre espressioni della musica nera.

"Kill Bill" è il racconto di un patrimonio e di un immaginario che sono stati sepolti (vivi) troppo in fretta e che bisogna assolutamente dissotterrare e fare oggetto di rivalutazione.


Non vorrei, ahimè, che gli sconfortanti tempi che corrono abbiano indotto Quentin Tarantino a ritenere vani i suoi pur encomiabili sforzi.




 

          
                    
    
  

martedì 5 aprile 2011

La musica si sta garantendo un futuro: il Jazz

L'artista non deve per nessun motivo essere tormentato da rimorsi di coscienza o sensi di colpa qualora in determinate circostanze la sua indole lo spinga a creare manifestazioni di quella che si definisce, da più parti non senza un certo disprezzo, "arte per arte". I sostenitori della teoria per cui l'opera debba sempre includere un messaggio o in alternativa un profondo significato morale non concepiscono che uno scrittore o un musicista possano talvolta mettersi al lavoro sulla base dell'apparentemente semplice scopo di provare gusto a suonare o ad apporre parole sulla carta.
A questi sfugge evidentemente che non soltanto attraverso la stesura di opere a tesi ci si può dedicare alla lotta in favore di una determinata causa e che spesso il semplice obiettivo del conseguimento della Bellezza può portare, magari non a brevissimo termine e non sempre per via diretta, a risultati assai più fecondi di quanto possano fare un proclama di partito o un dettato istituzionale.
Forse sono ingenuo, ma laddove un intero popolo concorre unitario e compatto al procacciamento del Bello gli esiti positivi non possono prima o poi che giungere di conseguenza.

Fino all'incirca alla fine degli anni '70 del jazz non si parlò pressochè mai come di una forma d'arte valida ed attendibile anche in se stessa e per se stessa. Potenzialmente tale caratteristica era sempre stata presente, debitamente nascosta, tra le pieghe di questa che è probabilmente la maggiormente policroma tra tutte le manifestazioni della creatività umana, ma fino ad allora non aveva avuto agio e libertà di uscire pienamente allo scoperto. Ciò in quanto, come ben sappiamo, in special modo nei primi anni '60 il jazz (specificamente, la corrente "free") fu utilizzato come cassa di risonanza delle problematiche sociali nelle quali ancora, dentro la civilissima e democraticissima America, gli afro-americani erano costretti a dibattersi. Ad un nero, non foss'altro perchè era nato con una pigmentazione più scura rispetto ai parametri che erano stati arbitrariamente omologati, non era consentito dissetarsi presso le fontane "di proprietà" dei bianchi. Venivano dunque perpetrate lesioni ai danni dei diritti fondamentali dell'individuo ed è facilmente comprensibile a tutti (tranne a quelli che continuano, in Europa e sul posto, a sventolare la bandiera come niente fosse)che la musica che i neri ricavarono dalle tradizioni folkloristiche dell'Africa non potesse in quegli anni permettersi l'enorme lusso di esprimersi attraverso modalità eccessivamente contemplative, intimistiche e rispettose del galateo, diciamo borghesi nel senso più lato del termine.
Il "free" nacque anche e soprattutto col preciso intento di "riafricanizzare" uno stile e un patrimonio che i musicisti bianchi d'area californiana stavano gradatamente conducendo ad un preoccupante, ancorchè non premeditato, livello di spersonalizzazione.

Sinceramente una ventina di anni fa, considerato anche che gli anni '80 avevano rappresentato per il jazz un prolungato e un po' confuso periodo di transizione che non dava modo di fare previsioni in merito a quali direzioni quest'imprescindibile forma d'arte avrebbe intrapreso, avendo per di più cominciato ad acquisire le tutt'altro che confortanti consapevolezze di cui nel blog ho parlato frequentemente, non mi sarei azzardato a scommettere a cuor leggero che per la musica degli afro-americani (è ormai decisamente obsoleto chiamarla semplicisticamente "jazz") sarebbe stata possibile una continuità nel tempo.
Miles Davis, il più coraggioso e spregiudicato innovatore dell'ultimo mezzo secolo, ci lasciò proprio in quel periodo. Gli eredi della classicità non sapevano vedere al di là del proprio naso ed inevitabilmente finirono per sprofondare in una sorta di manierismo alla lunga stucchevole e controproducente. Ormai da tanti anni il jazz elettrico era degenerato fino ad assumere le fattezze di un ibrido impropriamente etichettato "fusion", che fece e fa la felicità di quelli che non scorgono grosse differenze tra un musicista e il giocoliere di un abborracciato circo di provincia. Per di più, essendo Internet ancora piuttosto di là da venire, non era esattamente agevole entrare in contatto con il pur folto sottobosco dove, nascosti e sprezzanti di qualunque manifestazione d'ostracismo, i depositari del verbo "free" continuavano indefessamente ad operare.

Da certe premesse non lo si sarebbe mai detto, insomma, ma oggi l'universo dell'arte musicale afro-americana è più vivo e fervente che mai e, sebbene sia necessario rinunciare in partenza a sperare che il vento della rivoluzione scompigli i capelli e scuota fin nel profondo i sensi degli appassionati, non per questo ciò che si sta verificando negli Stati Uniti in ambito jazzistico deve essere rigettato a causa del solito dannato approccio assurdamente manicheo (credo sia più facile rendere inoffensivo un vampiro!) che stabilisce che nessun sassofonista susseguente a John Coltrane e nessuna cantante posteriore a Billie Holiday siano degni di essere presi in considerazione. Ci si ostina purtroppo a non voler comprendere che ciascuna manifestazione artistica che possa dirsi autentica e non rappresenti quindi un bluff è la diretta emanazione del tempo storico che la genera e di cui è perciò figlia legittima.
Piaccia o meno l'ultima generazione in ordine di tempo di artisti dediti alla causa della musica afro-americana e dei suoi derivati per linea diretta (per la quale dobbiamo anzi essere estremamente grati agli Stati Uniti che persistono nel riconoscere l'importanza dovuta alle scuole e ai "vivai") non viene da un retroterra di sofferenza, d'emarginazione, dall'inferno urbano del razzismo istituzionale che impediva ai neri di bere presso le stesse fontane o di salire sui medesimi autobus riservati ai bianchi. Le schiene di questi personaggi non sono state fortunatamente mai marchiate dagli implacabili colpi delle sferze un tempo maneggiate da padroni-strozzini. Diciamolo senza timore di apparire superficiali o, peggio, immorali: essi sono dei veri privilegiati e non c'è ragione di aspettarsi da loro (pena il rischio che potrebbero essere accusati di falsità) il lancio di uno straziante grido "free" alla Albert Ayler o la stesura di qualche battuta in chiave blues sull'esempio di quelle, accorate e struggenti, di uno Skip James. Sarebbe ingiusto (e questo sì, veramente immorale!) provare invidia al pensiero della condizione d'estremo favore dentro il rassicurante grembo della quale il destino ha avuto il buon cuore di collocare questi musicisti. Tanto più che essi non hanno mai pensato di sfruttare i vantaggi della loro posizione per dare libero sfogo a sentimenti d'indolenza o per perseguire spregiudicati obiettivi arrivistici. 
Come il classico personaggio dei romanzi dell'Ottocento che non dovendo far fronte alle preoccupazioni quotidiane investe il proprio tempo e il suo ingegno nella coltivazione delle arti più nobili, allo stesso modo i musicisti che sono pervenuti alla notorietà nell'arco degli ultimi vent'anni si propongono il fine del raggiungimento del Bello attraverso modalità le più svariate ma tutte collegate tra loro dai comuni denominatori dell'apertura mentale e dell'illimitatezza degli orizzonti di ricerca. Essi esplorano, scandagliano, sperimentano e senza timore di provocare scandali si divertono da pazzi, assai più dei critici e degli appassionati col paraocchi che si richiamano continuamente ad un presunto stato di verginità dell'opera d'arte che di fatto non è mai esistito. 
Ecco perciò che, sulla scorta dei mai dimenticati insegnamenti di Miles Davis (che a cavallo tra la fine degli anni '60 e la metà dei '70 abbattè tutte le fittizie barriere che si parassero davanti al suo cammino conoscitivo), la generazione che riconosce forse in Brad Mehldau una sorta di figura-simbolo e se non altro tra tutte la più celebre non concepisce il processo della creazione come un insieme di tappe suddivise  in fastidiosi compartimenti stagni. Questi artisti, non d'ispirazione rivoluzionaria ma oltremodo talentuosi, amano Paul Simon, Bob Dylan, i Led Zeppelin, Nick Drake e Stevie Wonder, per tacere dei patrimoni della musica cubana e brasiliana, al pari dei nomi che identificano il circoscritto credo dei puristi inflessibili (e, perchè no, anche un tantino noiosi).

A questo proposito l'album del 1993 di Danilo Perez "The journey" si rivela esplicativo e nel suo piccolo seminàle fin dal titolo assolutamente emblematico. Si tratta di un lavoro che appartiene di diritto alla categoria di quelli che una volta venivano definiti "concept album". Un viaggio ad un tempo musicale e d'iniziazione spirituale che va preso a modello di una nuova estetica e che può illuminare l'ascoltatore, più e meglio di un ponderoso trattato di qualche centinaio di pagine, in merito alle dinamiche attraverso le quali il jazz si è nel tempo evoluto e come viene oggi inteso da un gruppo di musicisti per i quali l'appartenenza razziale, le frontiere geopolitiche e soprattutto gli specificamente delineati àmbiti musicali non sono altro che mere e banali capziosità che possono giusto suscitare la preoccupazione delle varie tipologie di puristi, per i quali il mondo è una specie di tantalizzante cono-gelato sopra cui, chissà perchè, non è consentito spalmare più di un limitatissimo numero di gusti alla volta.

DIECI DISCHI PER AVVICINARSI AL JAZZ CONTEMPORANEO


Cover (The Journey:Danilo Perez)Cover (Elastic:Joshua Redman Elastic Band)
Cover (Blue Light 'Til Dawn:Cassandra Wilson)




    
                

   
Cover (Season of Changes:Brian Blade)Cover (Day Is Done:Brad Mehldau)


Cover (Have a Little Faith:Bill Frisell)Cover (Sundiata:Chris Potter)
Cover (Esperanza:Esperanza Spalding)Cover (Dreaming Wide Awake:Lizz Wright)

Cover (Yesterday You Said Tomorrow:Christian Scott)

  1. The Journey - Danilo Perez (Novus, 1993)
  2. Elastic - Joshua Redman (Wea, 2002)
  3. Blue light 'til dawn - Cassandra Wilson (Blue Note, 1993)
  4. Day is done - Brad Mehldau (Nonesuch, 2005)
  5. Season of changes - Brian Blade Fellowship (Verve, 2008)
  6. Have a little faith - Bill Frisell (Elektra/Nonesuch, 1992)
  7. Sundiata - Chris Potter (Criss Cross, 1995)
  8. Esperanza - Esperanza Spalding (Heads Up Rec., 2008)
  9. Dreaming wide awake - Lizz Wright (Verve, 2005)
  10. Yesterday you said tomorrow - Christian Scott (Concord Jazz, 2010)