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giovedì 18 novembre 2010

Verso la quinta dimensione

Se un tale non fosse mai stato informato dell'esistenza dell'attuale sistema televisivo italiano (che fortuna sfacciata avrebbe questo personaggio immaginario!), intorno alle 20.15 di domenica scorsa avrebbe potuto pensare di essersi sintonizzato, in virtù di chissà quali capricci dell'etere, sul canale americano via cavo HBO. Avete presente? Si tratta della rete che negli ultimi anni ha prodotto serie di telefilm che rappresentano vere e proprie opere d'arte e che nel 2009 trasmise il concerto organizzato per i 25 anni dalla nascita della Rock & Roll Hall of Fame, celebrando così in maniera a dir poco sontuosa il suo più significativo patrimonio culturale. Detto per inciso a noi non interessa riservare ai persino più antichi capolavori della nostra classicità un identico e doveroso trattamento, per tacere del fatto che in campo musicale il massimo a cui da queste parti si è capaci di arrivare è la messa in piedi del raduno per poveracci il 1° Maggio di ogni anno in Piazza S. Giovanni a Roma.

Si sarebbe davvero potuto credere che i tasti del telecomando ci avessero aiutato a stabilire un contatto con il network che, grazie a "I Soprano", consegnò alla storia della cultura una delle più potenti gallerie di figure tragiche che mai si siano viste sul piccolo (e forse sul grande) schermo. Sul palcoscenico di uno studio televisivo, domenica scorsa all'ora di cena, si esibì infatti una sorta di "all-stars band" non dichiarata, alla testa della quale c'era un signore un po' attempato ma ancora molto affascinante di nome Robert Plant, in cui fu possibile riconoscere a prima vista tra gli altri i volti del grande strumentista e produttore Buddy Miller, del poli-strumentista cantautore e per l'occasione mandolinista Darrell Scott - nonchè della superba cantante Patty Griffin, forse la più degna erede della Musa della voce umana Emmylou Harris.
D'acchito chiunque avrebbe perciò potuto supporre di essere rimasto vittima di un gratificante scherzo del tubo catodico, se è vero che nel tempo di "X Factor" e "Amici" non è molto usuale che gli schermi televisivi nazionali vengano occupati da artisti tanto incommensurabili (anzi, succede abitualmente il contrario). Invece, incredibile ma vero, allo spettatore non accadde di captare per caso la benemerita HBO, bensì egli fu testimone di uno di quei miracoli che ormai sempre più rado (meglio, quasi mai) succedono sulla tv italiana, un po' come a Lourdes e a S. Giovanni Rotondo.
Non so se per una sua decisione specifica o se per ordini superiori, quando concede spazio alla musica nella trasmissione "Che tempo che fa" non troppo spesso Fabio Fazio applica al momento di approvare la scelta degli ospiti la necessaria selettività - e in questo senso ricorderò sempre come uno dei miei peggiori incubi l'occasione in cui si tentò disperatamente di contrabbandare Eros Ramazzotti, accompagnato da un diligente pianista, per un cantante jazz. 
Ma alla fine dell'ultimo weekend ogni anelito al trash fu lasciato da parte. Per un quarto d'ora e per lo spazio di due (soli) brani RAI 3 accese i microfoni per un Robert Plant postosi alla guida della sua ultima splendida creatura musicale, la Band of Joy, depositaria dell'album omonimo pubblicato nel mese di settembre.
E' probabilmente vero che quand'è stato poi il momento di rivolgere a tanta personalità le tre o quattro domandine di rito Fazio ancora una volta non si è dimostrato all'altezza della situazione. Infatti a differenza del ben più autorevole David Letterman, a cui pure non fa mistero di ispirarsi e che di fronte ai suoi ospiti è solito tenere tutt'altro atteggiamento, anche stavolta il presentatore non ha mancato di recitare il ruolo del bambino poviano che fa "ooh" e di fronte a tale meraviglia sgrana tanto d'occhi. Però, mettendo da parte per un attimo il cinismo, bisogna ammettere che non si è mai troppo adulti per certe esperienze. Sfido la più retta, quadrata e razionale delle persone a non provare la tentazione di prostrarsi in ginocchio, a maggior ragione per il fatto che appunto avvenimenti di quella portata non capitano tutti i giorni nella tv dei Fiorelli e dei Bonolis.
Io, detto in tutta confidenza, mi sarei intrufolato nei bagni della RAI, avrei implorato gli inservienti di non tirare lo sciacquone e dopo aver raccolto in un contenitore placcato in oro la pipì di Robert Plant sarei uscito dallo studio in tutta fretta e altrettanto di corsa sarei andato ad esporre il cimelio alla pinacoteca di Brera, per l'elevazione spirituale degli ammaliati visitatori.

Soffermandosi sulla componente squisitamente musicale dell'evento, Robert Plant e la Band of Joy (che Fabio Fazio avrebbe anche potuto introdurre nel dettaglio; non si tratta di anonimi strimpellatori e questa forma di trascuratezza dimostra una volta di più quanto poco la cultura pop sia annidata nelle profondità del nostro codice genetico) hanno suonato le due canzoni che nella scaletta del CD compaiono per prime vale a dire "Angel dance" dei Los Lobos e "House of cards" di Richard Thompson, rispettando le versioni che sono soliti eseguire dal vivo molto più che quelle, già forse un po' obsolete per un gruppo che adombra una consistente attitudine folk, che aprono tanto degnamente il lavoro in studio.
A partire da quello straordinario album composto da rifacimenti di soli brani del passato e intitolato significativamente "Dreamland" (in cui possiamo identificare perfettamente il musicista che nel corso di un'intervista affermò categoricamente: "l'unico aspetto della musica pop di oggi che davvero mi interessa è il culo di Kylie Minogue"), Robert Plant, forse anche perchè rammaricato dal fatto per cui in troppi lo conoscono ancora soltanto come ex cantante dei Led Zeppelin, negli ultimi anni ha badato quasi esclusivamente a costruirsi un'inattaccabile reputazione come musicista solista, scegliendo com'è naturale di rimanersene fieramente distante dal mondo dei lustrini, dalle mode e dalle tendenze passeggere. Con il suo ultimo album, non tenuto alla stregua di un capolavoro solo dal consueto ed incombente critico italiano malato della sindrome di Lester Bangs, Robert Plant ha fatto addirittura di più, se è vero che senza tema di smentita si può affermare che Band of Joy costituisce il punto d'arrivo di un percorso creativo ed artistico con cui l'artista ha saputo pervenire all'obiettivo entro tempi invero sconvolgentemente rapidi. Plant ha reclutato il gruppo di musicisti probabilmente più adatto al suo scopo e anche grazie a loro ha impresso a caratteri di fuoco il suo diritto d'autore su un genere di sonorità (di più, su una visione del mondo raccontata attraverso una serie di fogli pentagrammati) che affonda le già lontane radici nelle produzioni anni '80 di Daniel Lanois (Robbie Robertson, U2, Peter Gabriel, Bob Dylan, Neville Brothers....) e che negli anni successivi è stato portato a livelli d'inimitabile compiutezza da luminari del calibro di Joe Henry e dello stesso Buddy Miller. Si parla qui giustappunto di un Suono, divenuto inconfondibile per l'ascoltatore in grado di distinguere la musica dal disturbante e fastidioso trillo del telefono cellulare - che, per mezzo di scure e sulfuree chitarre di basso profilo, loops gracchianti e crepitanti e tamburi che rimandano l'eco di sordi rumori di cui non è difficile localizzare l'epicentro dentro una buia cripta (dal lavoro del batterista della Band of Joy, come da quello di altri, il tipico clangore dei piatti è quasi totalmente bandito), si intende sì tramandare fino a noi i lasciti della tradizione seppure nel disco si faccia riferimento ad un'eredità decisamente diversa, nel senso di assai meno rassicurante e confortevole rispetto a quella dentro il grembo della quale non pochi artisti coetanei di Robert Plant sono corsi a cercare rifugio. Infatti sebbene in Band of Joy predominino le coordinate del gospel, del folk delle origini e della canzone popolare che passava di bocca in bocca, non si corre il rischio di confondere queste rese con la manierista e un po' pigra adesione ai modi dei tempi che furono del Bob Dylan degli ultimi due dischi.
In fondo, fatta salva l'assenza delle devastanti circonvoluzioni del vecchio compagno Jimmy Page, la Band of Joy finisce pur sempre per costituire il necessario completamento della personalità di un musicista che neppure da giovane ha mai cantato il folk e il blues con le cadenze dell'egloga pastorale ed elegiaca. Lo ha fatto bensì sempre, anche nei momenti di più apparente rilassatezza, come se il cane infernale di Robert Johnson, esotericamente sopravvissuto alle epoche e agli eoni, fosse venuto ad intralciare un cammino che per fortuna, nemmeno nei dischi del Plant solista oggi un po' dimenticati, ha avuto dalla sua il conforto della tranquillità.         

          

lunedì 15 novembre 2010

Grande e controverso

La scorsa settimana se n'è andato all'età di 91 anni Dino De Laurentiis, una delle ultime colonne portanti del moribondo boccheggiante che nella clinica di lusso presso cui si trova ricoverato è stato registrato sotto il nome "cinema italiano". Non so se di recente qualcuno ne abbia sentito parlare; si tratta della sublime forma d'arte che fino agli anni '70 esportò il mestiere in tutto il mondo e che oggi invece potrebbe trovare da imparare da chiunque dimostrasse di possedere un po' di buona volontà e una comune macchina da presa, fosse anche soltanto un modello antiquato e non al passo con i tempi "digitali" che stiamo vivendo.

A parte i doverosi riconoscimenti post-mortem, bisogna tirare un grosso sospiro e sforzarsi di ammettere che la personalità di Dino De Laurentiis non mancava, diciamo così, delle sue molteplici sfaccettature. Era un personaggio nelle mani del quale il cinema assunse i connotati tipici dell'arte di frontiera, nel senso che egli seppe modellarlo con accuratezza tale da trasformarlo in un'industria in grado di generare allo stesso tempo denaro, divertimento popolare e sommi capolavori artistici. Gli va dato se non altro atto che riuscì a far convivere abbastanza tranquillamente le suddette tre componenti, delle quali è altrimenti nota la quasi totale inconciliabilità.

Come in questo blog è stato detto più volte, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso l'assolutamente invasiva intrusione del dio Mercato ha irreparabilmente sconvolto le regole del gioco dell'Arte e le ha rinnovate a tal segno che praticamente si stenta a riconoscerle. Dino De Laurentiis, sarei tentato di scrivere "ovviamente", contribuì da par suo a questo profondo stravolgimento. Infatti in lui pian piano il volto dell'imprenditore "tout court" cominciò a prevalere sugli altri che pure in vita non ha smarrito (a differenza dei virgulti delle ultime generazioni, non si improvvisò uomo di cinema dalla sera alla mattina). I suoi continui richiami al fatto che il pubblico desidera principalmente divertirsi e rilassarsi, per quanto in gran parte condivisibili specie al giorno d'oggi, non lo rendono un artista a tutto tondo, se è vero che al contrario per essere identificati come tali è necessario che si agisca prescindendo sempre e completamente da qualunque potenziale uditorio.
Bisogna inoltre aggiungere che De Laurentiis non si faceva frenare da scrupoli di sorta e quando ne aveva la possibilità, probabilmente a causa di un sentimento di frustrazione con cui non fu mai in grado di venire a patti, provava forse un certo qual gusto perverso nel fare a fettine e nel ridurre al ruolo di semplici committenti le figure degli artisti veri a cui, quando si trovavano in ristrettezze economiche, successe talvolta malauguratamente di incappare nelle sue grinfie tentacolari. Pensiamo a David Lynch, la cui carriera non è pure altrimenti mai passata attraverso la forche caudine del compromesso, che nel 1985 girò un film intitolato "Dune", peraltro superiore alla gran parte della paccottiglia commerciale che ormai da molti anni ammorba le sale, per il quale De Laurentiis stabilì che l'integerrimo autore di "Eraserhead" avrebbe lavorato soltanto in veste d'esecutore materiale dei suoi tassativi ordini.

Ma gli aspetti discutibili della personalità di Dino De Laurentiis non possono porre in subordine quelli che fanno di lui un'eminenza grigia della stagione d'oro del nostro cinema. Egli è stato capace di marchiarla talmente a fondo e tanto indelebilmente che i tratti che hanno fatto di lui soltanto un artigiano di gran classe gli possono essere perdonati a cuor leggero. Lo spasimante di Silvana Mangano (e chi non lo sarebbe stato, accidenti?) fu autore di un'intuizione sopraffina: quella che viene prodotta per mezzo della celluloide è una forma d'arte che può essere manipolata a piacimento e con cui in altre parole si può giocare e fare esperimenti (i tempi dei personaggi alla Nanni Moretti, che quando non crede di essere Bergman utilizza i film come sostitutivo remunerato delle sedute di psicanalisi, erano ancora di là da venire). Lo scomparso produttore napoletano proviene infatti direttamente da un contesto e da un'epoca, oggi praticamente soppressi, in cui le figure che a vario titolo gravitavano attorno alla macchina del cinema possono essere paragonate ai bambini (va da sè, a quelli di una volta!) che sono soliti dare il via al tempo della giornata dedicato al gioco con la fatidica esortazione: "facciamo finta che...". Ecco, i cineasti e i produttori di quella generazione sono simili a fanciulli, di più, a pionieri e in quanto tali spesso e volentieri desideravano togliersi lo sfizio (a posteriori, mai fine a se stesso) di provare ad accostare o addirittura mescolare delle serie di ingredienti che in teoria non possiedono i requisiti per stare insieme. Ecco un esempio: facciamo finta che la struttura narrativa del neorealismo e quella del melodramma all'americana tentino un processo di coesistenza; poniamo Ladri di Biciclette vicino a Duello al Sole e vediamo quale deflagrante esplosione può scaturirne. Da questo fondamentale presupposto nacque tra gli altri quel Riso Amaro che costituisce senz'altro il film più rappresentativo, l'emblema per eccellenza della politica artigianale di Dino De Laurentiis. E' un modus operandi che lo spettatore accetta, approva ed ama dato che sente di trovarsi di fronte a cineasti coraggiosissimi ed intraprendenti, che non si lasciano spaventare dall'eventualità di prendere i loro rischi o, peggio, di sconfinare talvolta negli sdrucciolevoli territori del kitsch. 

Anche a distanza di tanti decenni rimane sempre qualcosa di non completamente convincente nei film prodotti durante la fase della storia del cinema italiano compresa tra la fine del neorealismo e la stagione delle opere caratterizzate dall'impegno politico. Continua ad emanare un aroma che si digerisce a fatica dal racconto della storia d'amore che Montgomery Clift e Jennifer Jones vivono fino al parossismo davanti allo scenario della stazione Termini. Nonostante ciò siamo in presenza di una cinematografia che sarebbe da ingrati rifiutare a priori e in blocco, dato che i produttori come Dino De Laurentiis furono in grado comunque di giungere a toccare certe particolari stanze del nostro spirito che per vivere necessitano di trarre alimento alla tavola delle emozioni forti, di sognare e di intentare progetti di fuga verso un universo parallelo che, per quanto irreale ed etereo, non ha nulla in comune con le adulterazioni e  le mistificazioni proprie alla rattristante "second life" d'origine mediatica che oggi va per la maggiore. Quei film in fondo non fanno che spacciare la legittimazione a giocare, a fingere e a rifugiarsi presso un alternativo mondo di cartapesta che è se non altro del genere naturale, candido ed incontaminato che non impone a quelli che scelgano di andare a visitarlo di nutrire il senso di colpa da cui in linea di principio dovrebbero essere invece afflitti gli spettatori che credono fermamente che le odierne fiction e i vari "reality" corrispondano al contesto teatrale ove va in scena la rappresentazione della realtà fattuale.                     

giovedì 11 novembre 2010

A casa con Antonella Clerici

Non sono certamente il primo (parecchi esegeti assai più oculati e raffinati ci hanno già pensato) a sostenere che da tutti i punti di vista l'Italia versa in uno stato di preoccupante declino. Mi permetto solo di aggiungere che più allarmante ancora è la presa d'atto che la gran parte della gente (vuoi perchè rassegnata, vuoi perchè intellettualmente pigra) sembra non curarsene. Mio malgrado, dovendo svolgere le mansioni professionali in un contesto che comporta anzitutto il contatto con il pubblico, mi tocca fare esperienza del fatto che per parecchie persone sembra essere sufficiente potersi produrre in cinque minuti di sfogo tanto temporaneamente liberatorio quanto fine a se stesso, che tra l'altro spesso e volentieri mi costringe, sia per educazione sia per dovere professionale, a sconfinare da quelle che dovrebbero essere le mie normali funzioni. Non sono insomma un confessore socio-spirituale, ma molti ormai si accontentano dei proclami in forma di slogan e delle rivoluzioncine di piccolo cabotaggio. E, va da sè, le cose poi procedono di male in peggio anche per questo.
Proprio di ieri, guardacaso, è la notizia per cui alcuni settori delle ferrovie dello Stato hanno deciso di protestare perchè il governo o chi per esso ha stabilito di assegnare ai dipendenti una pausa-pranzo più breve.... I tempi in cui le grandi personalità mettevano in conto il rischio della persecuzione o addirittura la possibilità di essere uccise per le loro idee sono davvero tristemente lontani.

Gradatamente nel nostro paese la musica e specificamente l'attività concertistica di un certo genere e spessore si stanno avviando a vedersi sacrificate dentro spazi di movimento sempre più ristretti. Un blog di questo tipo non fa fatica ad identificare proprio con questo uno degli aspetti più deplorevoli e rattristanti della decadenza italiana. Vari fattori, tutti allo stesso modo significativi, concorrono all'affermazione di questo stato di cose:
- l'ultima generazione di giovani non fa uso della musica come suo referente e come principale fonte d'ispirazione esistenziale, bensì si accontenta di recepirla attraverso i terrificanti simulacri digitali che oggi vanno per la maggiore;
- gli adulti si sono improvvisamente ed inspiegabilmente impigriti al punto che, portati a termine i doveri della giornata, non trovano di meglio che mettersi in panciolle davanti alla tv. Si sa, il fatto di seguire i concerti comporta tutta una serie di strapazzi che essi, poveretti, non hanno la forza di sopportare....
- quasi nessuno ormai ragiona più con la sua testa e perciò si è stimolati a seguire soltanto i personaggi che per 24 ore al giorno possono contare su un bombardamento mediatico praticamente continuato. Consegue che il gusto medio delle persone, un tempo elevatissimo (sappiamo che il "progressive" attecchì prima in Italia che presso la stessa Inghilterra), ha finito per abbassarsi esponenzialmente. In una parola la gente lascia libertà decisionale alla tv e ai giornali di regime anche per quanto riguarda le preferenze in fatto di musica e in genere di necessità culturali;
- quest'ultimo punto non può che rivelarsi come la diretta conseguenza dei tre precedenti, nel senso che siccome nei contesti presso cui si organizza musica dal vivo si deve fare i conti col commercialista e con l'addetto alla contabilità prima che con la figura incaricata della programmazione va inevitabilmente a finire che concetti importantissimi come la progettazione e l'indipendenza di intenti stanno via via diventando obsoleti, ammesso che non lo siano già divenuti.

Eppure per quasi tutti gli anni '90 e i primi 2000, quando cioè l'omologazione cominciava a dettare le sue regole ferree (o forse proprio per questo; la Storia insegna che più il Potere tende a farsi repressivo, più è paradossalmente facile conquistare magari marginali rivoli di libertà), l'Italia era stata capace - piano piano e dopo anni d'anonimato - di rientrare nel grande circuito della musica dal vivo, per di più dando prova di maturità e di aver appreso che i teatri e le sale a questo scopo adibite rappresentano luoghi più adatti ai concerti dei detestabili stadi calcistici e dei terribili palasport. Mi limito qui a ricordare il progetto della "Only a Hobo Music Production", la cui sede si trova in un paesino in provincia di Varese (Sesto Calende) e dunque non presso qualcuno dei grandi contesti metropolitani del centro-nord, grazie al quale i cantautori americani già piuttosto ostracizzati in patria trovarono una corsia preferenziale nel paese di Sanremo, del Festivalbar e di Jovanotti. Conserverò sempre memoria dell'edizione 1995 del "Only a Hobo Festival" come di una delle più stupefacenti esperienze concertistiche a cui abbia mai preso parte. Sul palco, uno di seguito all'altro, sfilarono in passerella i Loose Diamonds, Guy Clark, Elliott Murphy, Terry Allen, Peter Case, Dave Alvin, Tom Russell.... Più che dentro uno sperduto antro sito nel varesotto sembrava di vivere una di quelle serate specialissime che solo ad Austin (città musicale molto più di New York) hanno abitualmente luogo.

Avevo atteso con ansia di prendere visione del programma della prossima edizione di "Umbria Jazz Winter". Quando poi ieri l'ho potuto finalmente leggere, più che il cartellone di una rassegna jazzistica sembrava di scorrere i capoversi di una nuova ristampa del "De Profundis", con la sostanziale differenza che il redattore non è ovviamente Oscar Wilde bensì il gruppo di organizzatori di quella che un tempo fu una manifestazione gloriosa e giustamente rinomata. Il declassamento della peraltro ancora giovane "Umbria Jazz Winter" si accompagna naturalmente a quello della versione estiva del festival che quest'anno ha ospitato nientemeno Fiorella Mannoia e di nuovo Mario Biondi, uno che imita Barry White peggio di quanto avrebbero saputo fare Sabani o Noschese. Aggiungiamo a questo già nefasto quadro lo scadimento della succursale milanese del Blue Note per acquistare i diritti per lo sfruttamento del quale marchio si rese probabilmente necessario un esborso considerevole , salvo poi trovarsi costretti ad inserire in cartellone i Neri per caso, gli Zero Assoluto e Giusi Ferreri. Stessa sorte è progressivamente toccata a gran parte del panorama dei festival nazionali, certamente a causa del solito comprensibile, sebbene non del tutto giustificabile, problema della mancanza di fondi. Ho detto "non del tutto giustificabile" perchè basterebbe forse poco per operare una decisiva inversione di tendenza. Si potrebbe infatti riaprire le porte delle rassegne  italiane agli ultimi sopravvissuti del vecchio movimento "free", che sono invece emarginati e quasi del tutto ignorati. Ad una simile politica gestionale non farebbero certamente seguito enormi afflussi di pubblico, tuttavia si avrebbe l'opportunità di contenere sensibilmente i costi e, ecco il dato più importante, si tornerebbe a coprire del necessario lustro una serie di manifestazioni che oggi sono sì messe in piedi in evidente economia, ma che non possono essere consegnate alla Storia finchè ci si limita ad inserire nel cartellone la consueta truppa di italici mestieranti.vQuest'anno ad esempio a Ravenna si è addirittura pensato di dedicare tre intere serate a Stefano Bollani, nemmeno fosse il voltapagine di Thelonious Monk!
Se avesse soggiornato presso la cittadina romagnola durante i giorni del festival, Marco Ferreri avrebbe raccolto materiale sufficiente per dare il via ad una nuova epopea del grottesco su pellicola....

La questione dei concerti rock è allo stesso modo disperata. Siamo alle solite: per organizzare le tournèe dei grandi artisti anglo-americani occorre sobbarcarsi il non calcolato rischio dell'investimento di cifre proibitive ed è quindi logico che gli agenti non intendono intraprendere titaniche imprese che, dal punto di vista finanziario, sono destinate in partenza a fallire. Questa è ad esempio la ragione per cui, nonostante da più parti si levino in tal senso da tempo supplici invocazioni, difficilmente sui nostri palchi potremo mai veder salire Tom Petty, John Mellencamp, Bob Seger, la Allman Brothers Band e via dicendo. La stagnante calma piatta viene di solito parzialmente scossa in coincidenza con l'arrivo della tarda primavera e dell'estate quando (complici le ferie, il caldo e il fatto che non se ne può evidentemente più di otto o nove mesi di lobotomia televisiva) persino i più incalliti pantofolai riescono a trovare la forza per alzarsi dalla poltrona, caricarsi la mogliettina in spalla e rispondere al sempre più flebile richiamo della Strada, a cui tra un po' giustamente tanta irriconoscenza comincerà a venire a noia. Insomma come fossimo tornati indietro di qualche decina di anni gli appuntamenti live italiani di qualità si concentrano quasi esclusivamente nel periodo estivo. Ma bisogna precisare che il 2010 è stato anche in questo senso abbastanza negativo e del resto i numeri parlano da soli: alcuni concerti annullati (Elvis Costello, Rickie Lee Jones, la Steve Miller Band ad inizio autunno); la prima nazionale assoluta di Kris Kristofferson a Vigevano richiamò due o tre centinaia di anime compreso il sottoscritto;  fui purtroppo anche testimone dei larghi vuoti all'Arena di Verona per l'unica data italiana di un ancora pimpante Rod Stewart - e mi risulta che nemmeno Crosby Stills & Nash abbiano
spopolato.
Tutta diversa la situazione a Londra, dove viene garantita notorietà ai più caduchi fenomeni del momento (l'appiattimento alligna ormai dappertutto) ma in cui c'è ancora un certo spazio per quelli che dalla musica pretendono consistenza e spessore. Solo tra maggio e luglio ebbi il privilegio di assistere ai concerti di Al Green & Michael McDonald, Natalie Merchant, Eric Clapton & Steve Winwood, Jackson Browne, Crosby Stills & Nash, Buddy Guy, dell'ex componente dei Georgia Satellites Dan Baird... oltre ad una puntata a Liverpool per lo show di un Elvis Costello alla testa di una band formata dalla crema dei turnisti di Nashville. In Inghilterra il grande Declan McManus fa il pienone, altro che concerto annullato!

Ci troviamo nel pieno di un'altra stagione autunno-invernale in cui i grandi concerti scarseggiano , per non dire che non ce ne sono proprio, come le lattine d'aranciata a casa di Keith Richards. Ciò naturalmente a meno che non si desideri accontentarsi degli esponenti del pop nazionale, delle teen-bands, del metal e dei rappers che fanno spavento al solo guardarne le fotografie. Come se non bastasse si è già stati doviziosamente informati che con ogni probabilità l'evento cardine della prossima estate è il tour di Bon Jovi, un personaggio che da sempre preferisce il denaro e la fama all'eventualità di mettere a frutto un talento che di certo non gli mancherebbe.
La situazione è talmente arida che i maggiori siti italiani che si occupano di prevendita di biglietti, nati quasi espressamente per la musica, per sopravvivere sono stati costretti ad allargare il raggio d'azione del loro mercato alle partite di calcio, ai "musical" di quarta mano che furoreggiano senza una ragione plausibile e alle manifestazioni della decadenza del nostro Teatro di cui senza alcun pudore e con incredibile sfacciataggine i Panariello e le Hunziker si sono fatti portabandiera.

Non credo che questa generale tendenza possa venire modificata  in tempi brevi. Bisognerebbe che il popolo, il fautore principe di tutte le Rivoluzioni, ricominciasse a far richiesta per poter tornare ad usufruire di un'offerta migliore, o anche soltanto maggiormente accettabile. Ma, del resto, nell'epoca in cui Totti è un giocatore di calcio, la Pivetti un'attrice e la Littizzetto una scrittrice, la musica (che col tempo ha inevitabilmente perduto molta della sua spinta alla trasgressione) non può che conformarsi all'esecrabile stato di cose. Forse lo fa a malincuore, ma comunque sia non ha proprio modo di potersene esimere.                    

domenica 7 novembre 2010

Cercasi Patrick disperatamente (parte 2)

Non so a tutt'oggi che fine abbia fatto il negozio di dischi di proprietà di Patrick Mathè, ma è certo che il marchio New Rose inteso come etichetta discografica, nato nel 1981, chiuse i battenti nel 1992 - e, a voler essere maligni, si potrebbe insinuare che la spinta in questo senso decisiva sia stata ad esso inferta dai fermenti nuovi (??) che nacquero in campo musicale  in coincidenza con l'arrivo del decennio dei Foo Fighters e del hip-hop, che si esprime attraverso stantie pose e prevedibili slogan pseudo-rivoluzionari, non rendendosi conto o facendo finta per ragioni di comodo di non accorgersi che il Mercato provvide a colonizzarlo ancor prima che emettesse i primi vagiti. 
E' probabile che, superata la metà degli anni '90, persino in Francia non si conservò più memoria del piccolo terremoto che il donchisciottesco progetto di Patrick Mathè aveva provocato. Infatti nel 1997, avendo colto l'occasione di trascorrere cinque giorni a Parigi, mentre gironzolavo per le bancarelle del Lungosenna presi atto che le poche copie rimaste in circolazione dei forse già dimenticati LP della New Rose venivano vendute ad un prezzo ridicolo, vale a dire tre franchi del tempo più spiccioli. Senza pensarci due volte feci incetta di alcuni degli album del catalogo che ancora mi mancavano e, se i sentimenti del mio gongolante portafoglio potevano essere facilmente compresi, la triste realtà di quella svendita selvaggia mi indusse a rammaricarmi al pensiero per cui certamente era sul punto di crollare (a meno che il crollo non si fosse già verificato) anche uno degli ultimi eroici avamposti del rock 'n roll, forse col senno di poi quello addirittura conclusivo. 

Grazie agli efficienti motori di ricerca in uso nella rete oggi l'utente è in grado di reperire quasi tutte le informazioni di cui ha bisogno, tuttavia non si può dire che Google e gli strumenti ad esso similari costituiscano un baluardo della democrazia. Forse è logico che Internet equivalga alla rappresentazione dello specchio dei tempi, ma è un dato di fatto che se ci mettiamo a cercare notizie su Tiziano Ferro ci viene data la possibilità di conoscere anche il nome della portinaia dello stabile presso cui questi vive, mentre se intendiamo intraprendere generi di percorsi sotterranei e non immediati la ricerca finisce ovviamente per richiedere calma, pazienza, lena e soprattutto tempo. Seppur marginalmente la rete sembra ricordarsi di quella specie di araba fenice denominata New Rose, sebbene all'etichetta non sia stato riservato un vero e proprio sito bensì un piccolo spazio (devo dire, non avaro di informazioni importanti) all'interno di un portale chiamato esplicitamente "Limbos", all'interno del quale non ho ancora navigato in modo capillare ma che deducibilmente dovrebbe essere dedicato a varie entità dell'immaginario culturale che gli anni hanno contribuito a fare in tutto o in parte dimenticare, tra cui appunto la nostra meravigliosa New Rose. Per notizie maggiormente dettagliate bisogna precipitarsi (e precipitarsi sul serio, trattandosi di nulla di meno di un dovere morale!) al sito www.limbos.org/newrose/ e nel frattempo mi permetto di offrire un leggero antipasto di quello che lì si può trovare segnalando i nomi di alcuni dei principali artisti che incisero per l'etichetta il cui caratteristico logo, alcune bande verticali rosa su sfondo bianco, resterà sempre indelebilmente stampato nel'immaginario di quelli che sono stati sempre presenti, ogni volta in cui il rock 'n roll ha manifestamente dato segni di sè.

ELLIOTT MURPHY - C'è modo e modo per rifiutare e delegittimare le dinamiche di un universo discografico che già alla fine degli anni '70 cominciava a diventare appannaggio dei soli uomini d'affari. Patti Smith si ritirò temporaneamente dalle scene dopo la pubblicazione di Wave, mentre il suo compagno d'avventura e di poesia Elliott Murphy emigrò in quella che in fondo era da sempre la sua terra artistica d'adozione, la Francia appunto. Credo che oggi l'autore di "The last of the rockstars" abbia ormai cancellato con un deciso (Tavernieriano, magari....) "coup de torchon" quel che restava del suo passato di cittadino americano. Proprio oltralpe ad esempio Elliott Murphy ha scoperto Olivier Durand, un chitarrista tanto bravo quanto umile e dotato. 
ROBERT GORDON - Quest'allampanato propagatore del mito di Elvis, che per sopravvivere ebbe semplicemente bisogno di accogliere un po' dell'imprescindibile spirito post-punk dell'epoca, in Europa e persino in Italia (ricordiamo la sua apparizione alla trasmissione arboriana "D.O.C.", uno degli estremi rantoli emessi dalla tv intelligente) ricevette l'affetto in cui in America dati i tempi non era più possibile sperare. In particolare Robert Gordon godette del grande privilegio di incidere il suo album su New Rose Live at Lone Star alla testa di un quartetto d'eccezione comprendente il versatile Chris Spedding alla chitarra, Anton Fig alla batteria e al basso quel Tony Garnier che, caduto sotto il sempre attento sguardo di Bob Dylan, rappresenta da quasi vent'anni l'inamovibile tassello della sua live band.
ALEX CHILTON  - Il leader dei Big Star, la più grande power-pop band degli anni '70 e in particolare quella che ha insegnato praticamente a tutti i dettami della moderna canzone pop, se n'è andato il 17 marzo di quest'anno a soli 50 anni per un male incurabile. Patrick Mathè gli diede modo di incidere due straordinari mini-lp. Feudalist tarts è una sintesi unica ed insuperata dell'altrettanto originale cognizione di rhythm 'n blues, jazz, pop e "garage sound" di cui Alex Chilton rivendicava il brevetto. No sex, recante sul retro della copertina l'inquietante immagine di un preservativo, sbattè forse per la prima volta in faccia ai ragazzi provinciali del tempo (1986) l'esistenza di una sconosciuta e terribile realtà chiamata AIDS.
LYRES - Negli anni di Madonna e del synth-pop si costituì assai inaspettatamente una scena composta da gruppi per i quali le lancette dell'orologio si erano fermate alla fine degli '60. Non si trattò nemmeno del recupero creativo che di quelle coordinate misero in atto certe bands del periodo new-wave. I gruppi come i Lyres si atteggiavano bensì in modo ostentatamente manierista. Identici al decennio di Woodstock erano il taglio di capelli e l'abbigliamento, le passioni musicali e la peculiare strumentazione, che, in tempi di tastiere fredde come una circolare ministeriale, metteva in primo piano un organo Farfisa che profumava d'antico in maniera struggente. On fyre, che sfoggia all'interno la cover di un classico dei Kinks, è uno degli LP fatti apposta per gli spiriti che si ostinano a vivere per il passato.
TRUE WEST - Il gruppo di Russ Tolman, che registrò per la New Rose anche alcuni dischi da solista, fece in particolare irruzione nel catalogo di Patrick Mathè con lo strepitoso mini-lp Hollywood Holiday (James Cagney vestito da aviatore campeggia sulla copertina), per mezzo del quale i True West, includendo non a caso in scaletta una cover di "Lucifer Sam", cercarono di rispondere alla fatidica domanda: "che cosa farebbe oggi Syd Barrett, se potesse dare segnali, anche e soprattutto mentali, del fatto di continuare a vivere sul nostro stesso pianeta?" Il tributo pagato dai True West ai Pink Floyd degli esordi è di varie spanne superiore a quello di Wish you were here.
PLAN 9 - Durante le mie infinite peregrinazioni concertistiche ho mio malgrado dovuto fare incetta di una pletora di gruppi-spalla capaci di dilatare i classici 40 minuti oltre le soglie del mondo della Noia Infinita. Nel 1996, al concerto di Lou Reed alla festa dell'Unità di Correggio, un'eccezione alla regola fu rappresentata da una band belga, tali Betty Goes Green, che ricordo con estremo piacere perchè forse accomunata a me dal fatto di non aver mai dimenticato i Plan 9, coi quali divideva la passione per le atmosfere più oscure e gotiche del suono degli anni '60, che entrambi i gruppi riattualizzavano a furia di massicce dosi di chitarra "fuzz", di organo Farfisa virato in tonalità "dark", con il suggello di un cantato tanto stentoreo quanto malato ed inquietante. Dei Plan 9 si sa che diedero alle stampe almeno due splendidi dischi su New Rose, la vicenda dei Betty Goes Green potrebbe invece costituire materia d'indagine per uno dei programmi-simbolo della Rai 3 decadente di questi anni.
ROKY ERICKSON - L'ex leader dei 13th Floor Elevators ci ha nel tempo abituato a prolungatissime fasi in cui sparì letteralmente dalle scene e a conseguenti successive e sorprendenti riapparizioni. Quella di cui siamo stati testimoni quest'anno, auspice l'emergente gruppo degli Okkervil River, ha prodotto il bellissimo CD "True love cast out all evil". Manco a dirlo quella di metà anni '80 ebbe luogo sotto l'egida di Patrick Mathè, che, mentre gli Stati Uniti davano prova di disprezzare ad un tale livello la loro eredità, estrasse vivo e vegeto (e cosciente, un aggettivo che nel caso di Roky Erickson non equivale mai ad un rilevamento ozioso ed inutile) dalle macerie del tempo uno dei numi tutelari del decennio irripetibile. Evidentemente a causa di una cronica mancanza di fondi, nel catalogo New Rose i mini-lp la fanno da padroni, ma i 20 minuti di quello che Roky Erickson incise in Francia (tanto, o tanto poco, è infatti lungo Clear Night for Love) sono da soli sufficienti a rendere obsoleta la gran parte della musica prodotta negli Stati Uniti nei 25 anni a venire.

sabato 6 novembre 2010

Cercasi Patrick disperatamente (parte 1)

Sebbene siano tuttora una nazione così incredibilmente giovane, come un bambino che stia pensando di rimettere il proprio mandato a vivere gli Stati Uniti d'America provvedono già (dandosi purtroppo molto alacremente da fare) a compiere sanguinoso scempio della loro Storia personale.  Che è, senza nemmeno bisogno di dirlo, Storia politica, sociale, filosofica, antropologica, culturale e - per ciò che maggiormente pertiene ai contenuti di questo blog - musicale. Non potrebbe essere altrimenti e in questo senso, essendo partito esattamente da questa nazione l'editto che stabilisce che il Mercato ha facoltà di regnare sovrano su ogni altra cosa, la schizofrenica patria che ha dato ad un tempo i natali a William Faulkner e a Britney Spears offre tale rigorosa prova di coerenza da suscitare nell'osservatore allo stesso tempo ammirazione ed astio faticosamente represso. In uno dei più ficcanti versi del suo intero corpo poetico Neil Young sentenzia con l'autorevolezza che gli è tipica che "l'America è bellissima ma nasconde un lato cattivo" e basterebbe questo laconico assunto per ammonire i patetici esegeti della domenica (ovvio, in special modo italiani) che vengono sovente invitati nei talk-show in qualità di provetti conoscitori dell'universo statunitense, non fosse che poi finiscono sempre puntualmente per riempirsi la bocca con i soli due o tre luoghi comuni che rappresentano tutto ciò che degli Stati Uniti padroneggiano davvero: il Superbowl, gli hamburgers, la cocacola e le esternazioni da assemblea di condominio del povero e in fondo compassionabile George W. Bush. 

Ovviamente gli Stati Uniti, nella sfida a distanza a colpi di importanti lasciti culturali, sono ancora costretti a chinare il capo al cospetto della matronesca e sontuosa Europa. Tuttavia, anche in questo si riflette probabilmene la loro situazione di perdurante squilibrio, per un tempo di poco inferiore ai quaranta anni e che può essere compreso tra l'inizio degli anni '50 e la metà degli '80, il paese di Tom Joad è stato capace di regalare all'individuo gli spazi evolutivi e di crescita personale a cui l'Europa non è riuscita a pervenire con le opere di Dante e Manzoni e con le pur splendide stagioni del Rinascimento e della civiltà greca. Mettendo in atto, vari decenni prima che il computer diventasse uno strumento d'uso comune, alcuni non dichiarati e semplici passaggi di "copia-incolla", gli Stati Uniti si sono inventati quell'entità tanto apparentemente banale quanto alla prova dei fatti imprescindibile che va sotto il nome di rock 'n roll, sviscerata ed analizzata ormai in tutte le salse possibili ma definitivamente legittimata nel 1973 da Mick Jagger che, non perdendosi dietro inutili preamboli, sentenziò con la secchezza e l'autorità di un autore di haiku giapponese: "è solo rock 'n roll ma mi piace". E sottinteso: "cari perbenisti e bacchettoni di tutto il mondo, smettetela di rompermi le palle".
Grazie a tutto quello che accadde all'indomani delle prime movenze del bacino di Elvis Presley, davvero ogni forma di repressione e dominio psicologico ai danni dell'individuo avrebbero potuto essere debellati.Tuttavia intervenne e s'intromise un ostacolo fatale: l'America decise infatti di accettare senza condizioni il regime di sudditanza a cui il Mercato senza possibilità di risollevarsi l'ha costretta e non c'è bisogno di dire che di quest'inquinante stravolgimento il giovane e già pressochè ripudiato rock 'n roll, che sopravvive solo per la volitiva e perdurante azione di un gruppetto sempre più rado di alcuni mai domi ultra-60enni, ha fatto principalmente le spese.

L'eliminazione sistematica dell'entità denominata "rock 'n roll", di cui è responsabile lo stesso grembo che diede ad essa la luce, non è come si sa una cosa recente. Diciamo che tutto cominciò in coincidenza con l'arrivo degli anni '80, quando il mondo discografico e culturale americano solleticò i desideri meno nobili degli ex rivoluzionari del rock con la promessa dell'accasamento fra le tranquillizzanti maglie della civiltà borghese, indusse gli ultimi depositari dell'autenticità dell'idioma alla vita semi-clandestina presso le etichette indipendenti e seppur non direttamente, iniziando a negare l'opportunità di stipulare contratti vantaggiosi, costrinse alcuni tra i più grandi artisti a cercare lavoro e scritture in Europa. Non v'è dubbio che essi hanno trovato nel vecchio continente una dimora decisamente accogliente, sebbene non sia difficile comprendere l'umiliazione che almeno inizialmente devono aver provato rispetto all'ingratitudine mostrata nei loro riguardi dal loro paese naturale.

Prima dell'avvio del decennio in cui molti rockers (americani e non) dovettero abituarsi in fretta e furia alla nuova condizione di emigranti, Patrick Mathè era un signore francese conosciuto soltanto dai fedeli frequentatori del negozio di dischi di sua proprietà, chiamato New Rose e situato a Parigi in una strada del quartiere latino. Naturale che si trattasse di un esercizio altamente specializzato come oggi in giro non ce n'è quasi più, in cui ai 45 giri delle caduche starlèttes transalpine del tempo (dove sono finiti oggi personaggi come Lio e Plastic Bertrand?) non era concesso se non magari uno spazio molto marginale. Non saprei dire se sia perchè aveva raccolto in tal senso informazioni o perchè si era recato sul posto a verificare di persona la situazione, fatto sta che Mathè era perfettamente cosciente che per il rock 'n roll in America (in America, non nelle isole Samoa... Quale incredibile ed inspiegabile paradosso!) non era un momento tra i più propizi. Egli venne a sapere o si sincerò con i propri occhi che la maggior parte dei musicisti che non volevano rassegnarsi all'affermazione del dilagante "mainstream" (caratterizzato dalle terribili batterie elettroniche e dai sintetizzatori che avevano progressivamente perduto il calore che fu proprio di quelli in uso a New York e nella West Coast negli anni '70), quelli che a differenza di un Bruce Springsteen non erano disposti a sacrificare repertori di belle canzoni nel nome di ampollosi arrangiamenti le modalità per i quali sono state per fortuna spazzate via dal trascorrere del tempo (si sarebbe portati d'acchito a credere che ai famigerati anni '90 qualche merito vada pur riconosciuto, per quanto perfino un vecchio rocker di razza come me preferisca incomparabilmente le tastiere di Joe Jackson e Donald Fagen alle posticce chitarre dei posticci gruppi di Seattle) era stata praticamente ridotta al silenzio come presso il più dittatoriale dei regimi.
Non avendo mai potuto godere dell'eventualmente immenso piacere di conversare con lui, per proseguire nella narrazione delle eroiche gesta di Patrick Mathè sono costretto a procedere per deduzioni che spero rispondano ad una logica minimamente credibile, se non proprio stringentissima. Forse si trattò di un proponimento formulato in totale autonomia, o magari egli prese a prestito l'idea di tale Bob Biggs che alla fine degli anni '70, esattamente come Mathè al di qua dell'oceano, si prese a cuore la situazione degli artisti che non godevano dei favori delle majors e, nell'intento di garantire loro una casa dentro la quale ripararsi contro l'inclemenza del freddo culturale incombente, fondò in California la Slash Records, un'etichetta pionieristica rispetto a tutte quelle che sarebbero susseguite (la SST non sarebbe probabilmente mai esistita, se non fosse stato per la Slash) e che in brevissimo tempo permise alle più importanti bands indipendenti del periodo (dai Green On Red alle Violent Femmes, dai Blasters ai Los Lobos, dagli X ai Flesh Eaters) di accedere al suo superbo e prestigiosissimo catalogo. Sia come sia il proprietario del negozio di dischi parigino New Rose pianificò dal nulla e, si presume, potendo contare su risorse economiche tutt'altro che illimitate la creazione dell'omonimo marchio discografico, nell'ambito del quale ospitare artisti e gruppi (famosi o meno) che, in quegli anni piuttosto sfavorevoli in cui le cantanti-manager in stile Ciccone cominciarono ad impossessarsi del centro della scena, intendevano intestardirsi a comporre e suonare rock 'n roll. 
Fu così che dopo gli anni del british blues, del brit-pop autentico (pare lo avesse inventato un gruppo di quattro imberbi ragazzini che di nome faceva Beatles), del folk-revival, del progressive, del pub-rock, del punk e della new-wave, l'Europa del rock si trovò a vivere una età dell'oro nuova ed insperata ancorchè piccola. Difatti, dati i tempi (da noi, si pensi, furoreggiavano Claudio Cecchetto con "Gioca-Jouè" e la figlia degenere di Tyrone Power con l'incommensurabile "Ballo del qua qua"), gli artisti della New Rose di Patrick Mathè non avrebbero potuto sperare in alcunchè di più grande di una consacrazione territorialmente molto limitata e circoscritta. Ma almeno in ciò Patrick e i suoi alfieri riuscirono alla perfezione. Non era infatti precedentemente mai successo che gli appartenenti ad una certa scena musicale trovassero più in Europa che nella madre patria sale da concerto che accettassero di metterli in cartellone e ammiratori disposti a fare pazzie pur di procurarsi i loro LP, di cui ovviamente potevano essere stampati quantitativi di copie "leggermente" inferiori a quelle pubblicate da una CBS o da una Warner Bros.                      

giovedì 4 novembre 2010

Anelli d'oro in mezzo a tappi di lattine

Non è da escludere che l'articolo di oggi possa giungere un po' fuori tempo massimo. Infatti molto probabilmente in molti sia in Inghilterra sia negli Stati Uniti (l'Italia, per manifesta inferiorità culturale, è tristemente fuori da questa specie di simposio per spiriti eletti) hanno già provveduto a tessere le doverosissime lodi di due musicisti che sono giovani nell'epoca odierna, sebbene per predisposizione caratteriale ed attitudine professionale accetterebbero tranquillamente di salire, magari in compagnia del sottoscritto, sulla fantomatica macchina del tempo che ci potesse portare indietro di almeno quaranta anni. 
Se non altro per il semplice fatto che l'attuale panorama della musica pop non è in grado di annoverare un elevato numero di personalità che i posteri potranno ricordare con piacere e soddisfazione, i più attenti lettori del blog forse hanno già compreso che i due artisti di cui nel "cappello" iniziale non ho inteso svelare l'identità sono, manco a dirlo, Derek Trucks e Tal Wilkenfeld. Per quelli che giurerebbero su qualunque cosa che gli Skunk Anansie e il Heineken Jammin' Festival rappresentano l'ultima frontiera possibile per la musica rock, forse alcuni brevi cenni biografici possono risultare utili. Da quando cominciò a far parlare insistentemente di sè alla fine degli anni '90 l'appena trentenne Derek Trucks si è praticamente diviso a metà: da una parte la sua attività con la Allman Brothers Band, nei ranghi della quale è stato virtualmente investito del ruolo di perpetuatore dell'eredità e della strada intrapresa dal compianto Duane Allman; dall'altra il lavoro in qualità di band-leader con la sua omonima Derek Trucks Band, depositaria di quello che è forse l'unico reale esempio di "melting pot" musicale oggi in circolazione, a meno che non si desideri accontentarsi dei Gogol Bordello e degli Arcade Fire. La poco più che ventenne e prodigiosa bassista Tal Wilkenfeld da parte sua ha cominciato a suonare in un'età in cui ancora la maggior parte delle ragazze sta lì a domandarsi chi sia più bello fra Di Caprio e Clooney, ha già al suo attivo un album di jazz elettrico caratterizzato da un'impronta stupefacentemente matura e soprattutto costituisce ormai da anni un elemento insostituibile (forse L'elemento insostituibile) nel più recente quartetto di Jeff Beck, che non a caso la Wilkenfeld ha contribuito in modo determinante a riportare verso i futuribilissimi territori jazz-rock di metà anni '70, che furono immortalati grazie a splendidi LP quali Blow By Blow e Wired. Per non dire che, quantunque siano ancora così giovani, Tal e Derek si sono già guadagnati un'inattaccabile reputazione come turnisti - e il solo fatto che McCoy Tyner abbia scelto di includere Derek nel novero di chitarristi con cui due anni fa collaborò per la stesura del disco Guitars  (in cui Trucks si trovò al fianco di personaggi come Bill Frisell, John Scofield e Marc Ribot) equivale innegabilmente al più alto attestato di merito in cui un musicista in età ancora verdissima possa sperare.


Le strade artistiche di Derek Trucks e Tal Wilkenfeld non hanno ancora mai trovato modo di convergere seriamente. Probabilmente i due finora si sono incrociati soltanto nel backstage delle due o tre edizioni del "Crossroads Festival" a cui hanno preso parte - si tratta per inciso di un raduno a scopo benefico che ha luogo in America (e dove se no?) e che è stato espressamente e fortemente voluto da Eric Clapton con l'intento di raccogliere fondi da devolvere ad un'associazione che si occupa di persone che hanno problemi d'alcolismo (è uscito il DVD dell'edizione 2010, costoso ma irrinunciabile). Mi è piaciuto ad ogni modo porli l'uno vicino all'altra dato che non c'è dubbio che le loro rispettive vicende hanno qualcosa in comune che li unisce fortemente. L'elemento che interviene a legarli indissolubilmente è chiarissimo: considerati anche i tempi che corrono, in cui la musica è prevalentemente sfruttata come veicolo per diventare ricchi e famosi (furono gli sgangherati alfieri del brit-pop anni '90 a dare il via a questa funesta tendenza), i magnifici Derek Trucks e Tal Wilkenfeld avrebbero benissimo potuto scegliere di tentare ogni scorciatoia possibile allo scopo di pervenire al successo sul breve periodo. Avrebbero avuto tutto dalla loro, a pensarci bene. Non disprezzabili fisicamente e trovandosi nell'età giusta per sfondare, il chitarrista e la bassista avrebbero giusto avuto bisogno di alcuni piccoli ritocchi. Susan Tedeschi, grande musicista e compagna di Derek, avrebbe potuto indurre il marito a seguire la dieta ferrea che potrebbe privarlo, asciugandoglielo progressivamente, del caratteristico viso pienotto da putto raffaellita, suggerendogli di affiancare al nuovo regime alimentare il drastico taglio della bionda e lunga coda di cavallo che lo fa apparire molto simile a un "roadie" anni '70 del profondo Sud. Tal Wilkenfeld, da parte sua, potrebbe indossare qualcosa di più consono a questi tempi telegenici di quella t-shirt tutt'altro che castigata che presumibilmente interviene a turbare i sonni (e gli assoli) di un Jeff Beck non più giovane ma ancora forse arzillo la sua parte, oltre naturalmente ad infierire con qualche deciso colpo di forbice dentro la sensualissima cascata di boccoli castani che rende plausibile il suo ideale inserimento in un gruppo hard-rock del principio degli anni '70. Effettuate queste esteriori modifiche al loro aspetto, necessarie se si desidera apparire presentabili agli occhi del pubblico che osanna i fenomeni di plastica patrocinati da MTV, Derek Trucks e Tal Wilkenfeld avrebbero tutte le carte in regola per compiere il salto che conduce alla ribalta più effimera. Tuttavia quest'opzione artisticamente suicida non ha per fortuna mai suscitato il loro interesse. Tutt'altro: essi stanno seguendo fin dai loro esordi un genere di "dieta" completamente differente che si basa su alcuni fermissimi punti: ascoltano accuratamente e perchè no appassionatamente (attraverso l'utilizzo dei supporti classici, ci mancherebbe!) i capolavori della musica dei maestri; scelgono di continuare a tenere un profilo basso, sebbene potrebbero ormai cominciare a permettersi ben altro, il che nello specifico significa che non perdono di vista il fatto che non si smette mai di imparare. Se si osserva ad esempio il DVD delle prove in studio che fu allegato al CD Guitars si resta esterrefatti poichè si percepisce che gli occhi di Derek Trucks confessano un sentimento di profonda deferenza e venerazione nei confronti dell'anziano e venerabile maestro McCoy Tyner. Riesce poi addirittura a strappare un sorriso la presa di coscienza per cui nel caso di Beck e della Wilkenfeld le parti sembrano addirittura invertirsi, nel senso che qui pare che sia lo stesso navigato musicista inglese a non capacitarsi dell'immensa fortuna capitatagli allorchè incontrò una ragazza che già tutto il mondo del jazz porta legittimamente in palmo di mano.
Ovviamente questa saggia politica volta alla delicata gestione di un talento e di un'immagine sta già maturando frutti importanti. Derek Trucks e Tal Wilkenfeld hanno rinunciato a qualche mucchietto di denaro facile e alla notorietà che deriva dal fatto di mettersi in posa per i servizi fotografici delle riviste di tendenza, ma in compenso si sono conquistati il genere di consacrazione che niente e nessuno potrà scalfire. In particolare i già numerosi dischi della Derek Trucks Band, in virtù del loro continuo rifarsi (riattualizzandolo debitamente) al suono degli anni '70, a quel profumo mai dimenticato d'equalizzazione analogica, ai gruppi che senza preoccuparsi di barriere e compartimenti creavano una musica originale che prende le mosse dall'incontro e dalla sintesi di tanti differenti patrimoni, sembrano dar ragione tanto indirettamente quanto categoricamente ai propositi di questo blog, affermando con forza che forse non è mai esistita in questo senso una band più seminale di Delaney & Bonnie e, in generale, che certi lasciti musical-culturali erano stati abbandonati fin troppo presto, per di più in favore dell'approdo presso una terra in cui niente gode degli attributi per durare e di conseguenza tutto è così sconsolatamente effimero. 
Anche i Black Crowes in effetti hanno provato a riappropriarsi attraverso varie modalità dell'eredità del passato ma il loro fondamentalmente cartolinesco recupero non ha nulla della profondità, ad un tempo filologica ed emozionale, che è invece propria all'arte del grandissimo Derek Trucks.            

   

lunedì 1 novembre 2010

Tanto rumore per nulla? (Lester Bangs e la critica)

Di Lester Bangs, uno dei personaggi più in vista della critica e della cultura rock anni '70, fino ad un paio di mesi fa avevo avuto (devo confessarlo)  una cognizione sommaria e frammentaria. Ogni tanto ne avevo sentito parlare sugli articoli dei giornali specializzati, talvolta mi ero imbattuto in alcune sue affermazioni e in certi suoi "aforismi" che, se estrapolati dal contesto presso cui sono stati partoriti, si dimostrano indubbiamente interessanti e possono rivelare tutta la loro pregnanza. Oltre a questo, il solo fatto che la figura di Bangs viene abitualmente accostata a quelle di Hunter S. Thompson e Thomas Wolfe nell'ambito della corrente del cosiddetto "gonzo journalism" (uno dei tanti contesti dall'interno dei quali l'universo degli anni '60 si prefisse lo scopo di cambiare il mondo) contribuiva sicuramente a renderla ancora più attraente. Definitivamente stimolato dal fatto che nella sua autobiografia Julian Cope si produce in una vera e propria esaltazione sia dell'uomo sia del critico, mi sono finalmente deciso a leggere la biografia di Lester Bangs curata dall'altro critico Jim DeRogatis, pubblicata in Italia dagli storici tipi dell'Arcana Editrice. Non si può dire che il lavoro di DeRogatis abbia fatto sì che l'interesse che nutrivo nei confronti di Bangs quando sapevo di lui soltanto per sommi capi sia in tutto o in parte diminuito. Egli resta senza ombra di dubbio una personalità intellettualmente molto brillante, che davvero viveva per la musica e profondeva nella sua attività una passione autenticamente bruciante. Per di più al giorno d'oggi, essendo stato il panorama ormai completamente monopolizzato dalle stagnanti figure degli impiegati della critica (non c'è bisogno di aggiungere che nel Belpaese possiamo dirci in questo senso maestri), di Lester Bangs, scomparso nel 1982 in conseguenza dei suoi reiterati eccessi ed abusi, non si può non sentire la mancanza come di colui che fu solito applicarsi nelle  recensioni come ne andasse della sua stessa vita.
Purtuttavia, sarà colpa dell'età che avanza inesorabile, la componente cinica e maligna che alligna in me e di tempo in tempo la fa sempre più da padrona mi spinge a domandarmi se quella di Lester Bangs fu la classica vera gloria, se in altre parole il suo vissuto non intervenga ad offrire testimonianza ulteriore del fatto che storicamente tra il mondo dei critici e quello degli artisti continua a sussistere, ovviamente a tutto vantaggio di questi ultimi, uno scarto fatalmente insanabile ed irrecuperabile. Probabilmente la mia opinione o chissà il mio preconcetto sono da ricondurre al tipico retaggio sviluppatosi in età scolastica, cioè in tempi in cui, anzichè invitarci ad immergerci anima e corpo e senza intermediazioni di sorta nell'universo delle opere letterarie, i professori ci costringevano a studiare la visione che delle suddette avevano i pontefici e i luminari della critica, ottenendo almeno con il sottoscritto il risultato per cui mi ci volle assai poco per convincermi che, per quanto potessero prodursi in funamboliche piroette linguistiche o pseudo-filosofiche, Momigliano, Sapegno o chi per loro finiscono per uscire sempre smaccatamente sconfitti nel confronto con gli scrittori e i poeti di cui pur in maniera zelante ed inappuntabile si occupavano. Insomma mi lasciai alle spalle l'esperienza liceale munito della certezza (durissima a morire ancora oggi) per cui si può fare tranquillamente a meno dei magnati della critica che spendono quantità di energie nell'elaborazione di tomi che si dilatano per centinaia di esagerate pagine mentre degli autori di opere classiche no, poichè soltanto questi possiedono il requisito per mezzo del quale si vince l'usura del tempo e si è dunque in grado di passare alla Storia. In generale fin da giovane maturai l'opinione per cui il critico, essendo fondamentalmente uno scrittore mancato, ha scelto si potrebbe dire di inventarsi tale professione nel tentativo (va da sè, disperato e destinato a fallire) di oscurare l'eterna fama e la grandezza degli scrittori, o almeno per provare ad affiancarsi ad essa. Purtroppo per loro il romanzo e la poesia, quando siano degni di essere definiti tali, si spiegano, si commentano e si esplicano da soli. Ogni volontà di disamina che su di essi venga manifestata non è destinata a conseguire altro significato che quello dell'inutile, trascurabile e pleonastico orpello. 

Il mondo della critica cinematografica e musicale non rappresentano un'eccezione; le stesse fila di questi contesti sono infatti rispettivamente rette da mancati uomini di cinema e di musica. Le voci che avevo sempre sentito su di lui prima di mettermi a leggerne nel dettaglio la vicenda biografica e professionale mi avevano quasi in effetti spinto a pensare che Lester Bangs non avesse avuto in vita nulla in comune con la categoria di mestieranti che da sempre deve fare i conti con un implacabile sentimento di frustrazione che giorno per giorno li rode e divora interiormente. Mi permettevo di supporre che egli fosse stato, se non proprio uno scrittore dal talento meritevole di essere tramandato nei secoli, se non altro qualcosa di abbastanza simile a questo. Non fosse che, giunto alla fine delle circa 300 pagine che compongono la storia della sua vita, molti interrogativi restano almeno per me spalancati come una finestra in un mattino di torrido sole.
Anzitutto salta all'occhio che Lester Bangs, da questo punto di vista un triste precursore della folta schiera di anonime figure che oggi sono ascese alla ribalta pur non avendo talenti o doti particolari, tentò via via le strade della critica musicale, della letteratura e dell'arte musicale vera e propria senza eccellere in alcuna delle tre (nemmeno le più scalcagnate enciclopedie rock si premurano di riservare spazio all'unico LP da lui inciso all'inizio degli anni '80) bensì trasmettendo al lettore un disarmante senso d'irresolutezza ed incompiutezza. Non si può inoltre tacere che egli maturò a proposito del rock 'n roll una visione fin troppo univoca ed unidimensionale. Specificamente, secondo Bangs, esso è accettabile soltanto quando si esprima secondo le modalità del rumore e del frastuono e se questa prospettiva è indiscutibilmente calzante se riferita alla parte della vicenda storica del rock che va dalla seconda metà degli anni '60 ai primi '70, questa fastidiosa tendenza al preconcetto portò Bangs a precludersi totalmente la possibilità di conoscere l'ulteriore stadio evolutivo dell'avventura del rock 'n roll, che, tramontato il tempo dei furori e del rinnovamento, non potè che ripiegarsi su se stesso, abbandonarsi alla necessaria pratica della meditazione e perciò anteporre l'uso degli strumenti acustici a quelli pesantemente elettrificati degli anni immediatamente precedenti. La West Coast degli Eagles, di Jackson Browne, di James Taylor e di Crosby Stills & Nash si sostituì a quella dei Jefferson Airplane, dei Seeds e dei Quicksilver - e non avrebbe potuto essere altrimenti, se è vero che i cambiamenti a cui ogni forma d'arte quale che sia va soggetta rappresentano sempre il prodotto del tempo storico che questa attraversa.

Probabilmente certo di poter rivendicare il possesso di un raffinato senso dell'umorismo, Jim DeRogatis apre la prefazione del libro su Lester Bangs con le parole: "certo che Lester ne diceva di cazzate". Credo si tratti di un'affermazione indiscutibile ma su cui non c'è granchè da ridere, dal momento che spesso e volentieri le "cazzate" di quest'artista irrealizzato corrispondevano ad altrettante serie di giudizi che egli si divertiva a trinciare con la superficialità del frequentatore di un circolo di artistoidi dilettanti. Lester Bangs era talmente accecato ed abbagliato dall'aspirazione ad essere ammesso nel Pantheon di pertinenza dei Sommi che la rilevanza epocale di certi dischi, uno su tutti Radio Ethiopia di Patti Smith - e di certi gruppi e momenti della storia del rock (gli Mc5, il progressive, il post-punk) gli sfuggirono completamente. In breve: gli artisti erano approdati alla gloria,lui no e questo causava a Lester un tormento che non trovava di meglio che sfogare contro le stesse icone che diceva di amare incondizionatamente.  Si comportava come la volpe nei confronti dell'uva o, di più, come quel politicante che ha cominciato ad odiare colui che nella scala gerarchica del Parlamento gli sta più in alto, da quando ha capito che per vivere di truffe e maneggi occorrono la destrezza e l'abilità manipolatrice che non possono essere imparate in quattro e quattr'otto nel giro di un breve pranzo di lavoro.