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venerdì 29 ottobre 2010

Adolescenza in senso etimologico

Mi sono diplomato al liceo classico nel sempre più remoto 1984 e prima di conseguire questo risultato il mio rapporto con le due nostre lingue madri, il latino e il greco, era stato idilliaco allo stesso modo di quello tra il gatto Tom e il topo Jerry, o se si preferisce come quello tra l'altro felino Silvestro e il canarino Titti. Dell'idioma in cui si espressero gli antichi romani non ricordo se non le massimali linee-guida, ma mi è sempre premuto tenere a mente che il vocabolo "adolescenza" deriva dal verbo latino "adolescere", che (mi scuseranno i latinisti provetti per le eventuali inesattezze) significa "bruciare". Ciò non nel senso che quando si è giovani si ha la tendenza a diventare piromani ma in quanto i ragazzi, per una predisposizione naturale ineludibile a meno che non soffrano per qualche deficienza congenita, vivono la loro vita e le loro esperienze in maniera forte, virulenta, parossistica, appunto incendiaria, magari talvolta scriteriata arruffona ed insensata, ma comunque mai posata, controllata o lineare. Grazie all'ideazione dell'espressione "fare i 400 colpi" (devo puntualizzare che si tratta anche del titolo del primo film di François Truffaut?) i francesi hanno dato prova di aver compreso perfettamente il significato letterale della parola. Insomma, se un giovane non mostra il desiderio di mettere un po' a soqquadro l'ambiente che lo circonda, di cambiare magari solo in virtù di affermazioni confuse le regole del gioco della vita (sempre stabilite dai detentori del potere costituito), allora vuol dire che fin dalla più tenera età è già bell'e pronto, confezionato e predisposto per le serate davanti alla tv in compagnia dei vari carloconti o, forse addirittura peggio, dei finti paladini della giustizia sociale, quelli che provocano il "travaglio" di stomaco anche a chi a cena una volta tanto opta per tenersi leggero.

Non c'è niente da fare, la differenza tra i ragazzi di un tempo e quelli di oggi (a cui, per bene che vada, interessa giusto carbonizzare le bistecche sulla graticola) è talmente palese che salterebbe persino immediatamente agli occhi del reverendo Gary Davis. O di uno dei tanti altri uomini del blues che riuscivano a vedere con le pupille dello spirito, fate voi! Superfluo aggiungere che il contesto in cui i giovani mostrarono più soddisfazione del fatto di essere tali e di potersi sentire liberi di "bruciare" fu quello in cui vennero concepite la creazione e l'espressione dell'arte del rock 'n roll.
Con gli anni la modalità attraverso la quale sono solito percepire la musica che ascolto è sensibilmente mutata, cioè si è arricchita di un'altra importantissima e fondamentale componente. Da ragazzo le esperienze uditive erano di tipo quasi esclusivamente istintuale, da adolescente appunto. Via via che il tempo passava altresì avvertii che stavo cominciando ad acquisire quel pizzico di raziocinio e ponderazione che certo non si può pretendere da un sedicenne che entri per la prima volta in rotta di collisione con il devastante assolo di Alvin Lee in "I'm going home". Specificamente da qualche anno a questa parte mi capita anche di fermarmi a riflettere sul fatto che, quando brevettarono la forma d'arte che sconquassò radicalmente il mondo (musicale e non solo) e con cui si proposero di sovvertire le regole a cui l'uomo era stato fino a quel momento abituato in maniera oltremodo ligia ed ossequiosa, i giovani degli albori del rock 'n roll attraversavano la medesima età anagrafica in cui la maggior parte di quelli di oggi si preoccupa di mascherarsi per Halloween o di provocare tafferugli nel nome della squadra del cuore. Di certo il rock 'n roll non avrebbe potuto essere causa di tanto sconvolgimento (oggi quasi completamente rientrato, ma questa è una triste storia a cui mi sforzo di non pensare troppo spesso) se della sua invenzione si fossero incaricati, che so, degli ultra-quarantenni per di più in possesso di attestati conseguiti presso le più prestigiose accademie musicali. Peraltro la verdissima età di quegli ardimentosi e coraggiosissimi artisti, che per coltivare la loro vocazione rinunciarono persino alle comodità che sarebbero potute loro facilmente derivare dalla classica estrazione sociale medio-borghese, continua ad essere per me motivo di notevole stupore. Ciò anche perchè, per dirla tutta, il loro terreno d'adozione non furono le innocue canzoncine sugli infantili patimenti d'amore (riflettiamo solo sul fatto che Max Pezzali e Vasco Rossi, pur avendo ampiamente raggiunto o superato la mezza età, scrivendo si immedesimano ancora nei ragazzini che guardano il "grande fratello" e leggono i libri di Moccia), bensì la loro rivoluzione, la capacità di assorbire le eredità del "loro" passato, perchè no l'incredibile dimestichezza sugli strumenti rappresentarono qualcosa che non so da quanti anni (secoli?) non si era più vista, dal momento che le innovazioni apportate dai musicisti d'estrazione classica erano ormai state pressochè completamente codificate, accettate e diventate quindi parte del bagaglio culturale.
Quando nei giorni scorsi cominciai a gettare le basi e a scarabocchiare appunti per quest'articolo, mi successe di partire da un dato essenziale: Alexis Korner nacque nel 1928 e questo vuol dire che quando alla fine degli anni '50 pose le fondamenta del "british blues", la corrente che restituì l'importanza dovuta alla musica degli afro-americani e tenne a battesimo gli artisti che nell'imminente decennio si guadagnarono fama ed onori imperituri (da Eric Clapton a Steve Winwood, dai futuri Rolling Stones a John Mayall, da Jeff Beck a Jimmy Page....), aveva all'incirca 30 anni. E, si badi bene, tra gli imberbi rockers del tempo era uno dei più "anziani". Con l'arrivo degli anni '60 l'età media dei musicisti, cantanti, compositori, arrangiatori, scrittori rock si abbassò notevolmente tanto che rimane tuttora difficile, a meno che non si tiri in ballo il possesso di qualità che vanno ben al di là di quelle di tipo umano, cercare di comprendere come questi personaggi abbiano potuto innescare, da semplici ragazzi quali erano, tutto quello che furono in grado di porre in essere. Il bagaglio delle loro conoscenze, tra l'altro accumulato nel corso di anni in cui era arduo persino procurarsi il testo di una canzone a meno che non fosse trascritto sulla copertina di un long-playing, è inconcepibilmente immenso. Quegli artisti poco più che maggiorenni (ma Steve Winwood aveva appena 16 anni, quando entrò nello Spencer Davis Group) dominavano e possedevano a menadito il blues e il rhythm and blues, il folk che data dal XVI secolo in poi, il jazz e le avanguardie, la musica classica ed elettronica, il vaudeville e il cabaret, la canzone americana bianca che si sviluppò ed assurse a notorietà tra le due guerre e i vari retaggi popolari.... Come se non bastasse questa leggendaria schiera di bardi (che, per dirla con Richard Matheson, sono "leggenda" proprio perchè dopo di loro c'è stato solo spazio per il Nulla assoluto) fu nientemeno in grado di piegare alla sua volontà il Mercato, il gigantesco mastodonte al fascino e allo strapotere del quale oggi nessuno sa o vuole più opporre resistenza. Il "contratto" che i rock 'n rollers stipularono con il Moloch che nei tempi attuali incute paura persino a Martin Scorsese e Woody Allen fu impostato nei termini seguenti, chiarissimi ed inequivocabili: "Noi non intendiamo sopprimerti o eliminarti, sia perchè non sarebbe semplicissimo sia perchè entrambi potremmo trarre beneficio dalla nascita di una fruttifera amicizia. Ma sia chiaro che tu sarai il nostro vassallo, sarai sottomesso e subordinato al nostro volere e avrai il compito di eseguire i nostri ordini. Sei insomma incaricato di promuovere la vera cultura musicale, l'Arte autentica. Siamo infatti talmente sicuri di noi stessi, dei nostri mezzi e di quello che abbiamo in testa che per te la minima obiezione equivarrebbe a fatica sprecata".
Poi, tempo una ventina di anni, il Mercato si sarebbe preso con gli interessi la sua rivincita. Ma questa è un'altra storia, a cui un blog come questo intende cercare di pensare il meno possibile.              

giovedì 28 ottobre 2010

Dalla Nigeria con venale furore

C'è ancora qualcuno che si ricorda di Sade Adu, la cantante meglio e più semplicemente conosciuta come Sade? L'artista nigeriana, bellissima e dunque al tempo giustamente lanciata sul mercato discografico anche in virtù delle doti fisiche, godette di una consistente notorietà soprattutto intorno alla metà degli anni '80. In special modo il suo LP di debutto, Diamond Life del 1984, rappresenta un lavoro molto riuscito, quantunque anche a distanza di anni continui ad indurre nell'ascoltatore la medesima domanda che in tempi più recenti gli è stata stimolata dai dischi d'esordio di Joss Stone o Norah Jones. In una parola: per la buona riuscita finale del progetto, quanto determinante si è rivelato il talento dell'autrice e in quale misura invece hanno pesato il lavoro finalizzato alla costruzione del suono e, di più, quello volto alla preparazione di un'immagine esteriore accattivante e credibile? Non si può negare infatti che in molti corremmo a comprare Diamond Life anche perchè ammaliati dal sembiante suadente e fascinoso della bella nigeriana. E del resto proprio in quel decennio la cultura della pianificazione a tavolino dei fenomeni, affermatasi oggi su scala larghissima (di più, totalizzante), cominciò a muovere i primi neanche tanto timidi passi.
Sia come sia, anche e soprattutto a fronte dei tanti pupazzi che allora stavano in auge per un pochino e poi tornavano rapidissimamente a perdersi nell'oblio, il posto che Sade seppe ritagliarsi all'interno del cosiddetto movimento del new soul, di pretta marca inglese, è sinceramente tutt'altro che usurpato. La raffinata interprete di "Smooth Operator" fa la sua dignitosa figura al fianco degli Style Council, dei Working Week, degli Everything But The Girl - e oscura di gran lunga la frangia più commerciale del genere suddetto di cui erano parte i Matt Bianco, i Fine Young Cannibals (buona comunque la loro versione della "Suspicious Minds" di presleyana memoria) e quei Simply Red tanto insopportabili quanto misteriosamente portati in palmo di mano, che per stuzzicare gli appetiti dei fans - e per provare a farsene di nuovi -, ampollosamente presentano ormai da tempo immemorabile ogni loro tournèe come l'ultimo e definitivo "tour d'addio". Non è difficile immaginare che l'ecologicamente cinico David Letterman potrebbe tenere in serbo per il gruppo di Mick Hucknall alcune delle sue più salaci battute se pensiamo che per tutti i primi anni 2000 ha riservato lo stesso trattamento a Barbra Streisand, che periodicamente non manca di servirsi dell'identico trucchetto pubblicitario.

Dopo che con i primi due o tre album (tutti di livello più che accettabile) era riuscita nell'intento di perpetuare la sua fama, con l'inizio della decade delle mistificazioni (gli anni '90, quale se no?) Sade assunse o fu suo malgrado costretta ad assumere una posizione un tantino più defilata. Devo ammettere che io stesso l'avevo quasi del tutto persa di vista o semi-dimenticata, non fosse che da qualche settimana è tornata ad occupare il centro delle mie riflessioni dal momento che è alle viste (o è già cominciata, non so esattamente) una sua nuova tournèe europea nel calendario della quale è stata inserita per il mese di Maggio del 2011 una data italiana, per la precisione a Milano. In questi giorni non sto riflettendo sull'opportunità di andare al concerto, bensì sono rimasto profondamente colpito dal fatto che l'agenzia organizzatrice, la "D'Alessandro e Galli" peraltro dipinta in certi blog come quella che in Italia pratica le tariffe più economiche, ha stabilito per i biglietti dello show di Sade un costo assai proibitivo, vale a dire sui 120 euro per una poltrona di primo settore. Non è tanto la cifra in sè a spaventarmi, se è vero che giocoforza negli anni ci si è dovuti abituare al pazzesco livellamento verso l'alto del costo di quelli che io continuo a definire beni di primissima necessità - e qui basti dire che l'anno scorso di euro ne sborsai addirittura 170, per andare a vedere Leonard Cohen presso la splendida cornice di Piazza S. Marco a Venezia! "You want to play, you got to pay", recita un celebre adagio americano.... Tuttavia non posso fare a meno di porre a me stesso un paio di domande; una: quante persone in Italia sono disposte a spendere tanti soldi per il concerto di un'artista (pur non priva di doti, come ripeto) di cui il fruitore medio di musica conosce tutt'al più una manciata di videoclip e del suo repertorio soltanto i pezzi più famosi? l'altra: la "D'Alessandro e Galli" (unitamente alle due altre principali agenzie che in Italia organizzano concerti pop, vale a dire la "Barley Arts" e la "Live Nation") è consapevole del fatto che il paese (eccezion fatta per una ristretta cerchia di onorevoli, calciatori, capitani d'industria e presentatori tv) versa in condizioni che neppure le stesse vittime dei soprusi sociali che vengono quotidianamente perpetrati hanno il coraggio di riconoscere come catastrofiche?
Se la risposta alla seconda domanda è "sì", vale a dire se le tre agenzie precedentemente indicate sono coscienti della terribile situazione, allora non resta che dedurre che, trovandosi anch'esse di conseguenza nella condizione di un naufrago che in alto mare le sta tentando di tutte pur di non finire sott'acqua, abbiano optato per il seguente ragionamento: considerato che, al punto in cui siamo, i rappresentanti del ceto medio rischiano il collasso anche quando si trovano di fronte alla possibilità di acquistare biglietti che costano ben meno di 100 euro (dato che non possono dirsi a priori sicuri di pagare la prossima bolletta della luce), tanto vale escluderli virtualmente dalla corsa all'accaparramento delle poltrone e puntare solo e direttamente, sperando che il dio del Capitale ce la mandi buona, sul desiderio di spendere e consumare caratteristico delle fasce più abbienti, tenuto conto che le politiche degli ultimi 20 o 25 anni hanno favorito l'ascesa al potere economico di una neo-oligarchia che con un paio di azzeccate mosse ha dato scacco a più di duecento anni di conquiste di stampo illuministico (chi ha infatti oggi più memoria del piccolo tumulto inscenato da un gruppuscolo di hooligans incazzati che la Storia ha archiviato sotto la dicitura "Rivoluzione Francese"?). Certo potrebbero sorgere a questo proposito, si saranno detti gli intervenuti a queste riunioni neanche tanto immaginarie, questioni etiche nient'affatto trascurabili. Si rischia infatti, procedendo sulla base di queste direttive, di consegnare gli ultimi brandelli della cultura pop nelle mani di coloro che, non potendo rivendicare per certe cose nè una predisposizione nè una sensibilità specifiche, finirebbero per utilizzarli come semplice e banale alternativa all'ennesima serata facente perno sugli additivi chimici, sulle parole al vento e sul sesso annoiato. In più e forse persino maggiormente grave, non rimarrebbe nulla in definitiva della forma di cultura nata prima della metà del secolo scorso, con lo scopo preciso di contrapporsi all'elitarismo aristocratico che poggia sul fondamento delle serate all'opera e nei palchi dei teatri riservati agli spettatori "deluxe". Problematiche quantomai serie e dimostra certamente molta saggezza colui che in questo nostro incontro si è premurato di sollevarle, ma anche dopotutto passibili di trasformarsi in questioncelle di lana caprina, se paragonate alla ghiotta prospettiva di non andare a fondo come il malcapitato naufrago della precedente metafora.         
 

martedì 19 ottobre 2010

I "media" e la musica

E' ormai un fatto assodato che, quando si vuole cercare colpevoli e capri espiatori a cui imputare la responsabilità per la degenerazione di un certo stato di cose, si tende nella maggior parte dei casi ad optare per la scelta del bersaglio più facile, comodo e a portata di mano. Ecco perciò che se i giovani ascoltano musica soltanto per mezzo del I-Pod e se la utilizzano soltanto in qualità di dimenticabile sottofondo per le loro attività quotidiane il biasimo va sempre rivolto ai mass-media, in primo luogo dunque alla televisione e alla carta stampata ormai irrimediabilmente sottomessa al volere dei grandi gruppi industriali. Il panorama che ci si para davanti agli occhi ogni volta in cui si preme il pulsante dell'accensione sul telecomando o si sfoglia le pagine di un giornale (non lo faccio più da molto tempo; mi propongo infatti lo scopo di metabolizzare tranquillamente il cibo che ingurgito) non è in effetti dei più rosei e confortanti. Tuttavia mi chiedo se per i ragazzini dall'intelletto cloroformizzato di cui si parlava l'altro giorno cambierebbe veramente qualcosa, se dall'oggi al domani le scelte redazionali o relative ai palinsesti televisivi subissero uno sconvolgimento epocale. Ho paura che, qualora anche i giornali cominciassero ad occuparsi sistematicamente dei Fleetwood Mac e di John Hiatt anzichè di Ligabue ed Eros Ramazzotti, difficilmente si riuscirebbe a riportare indietro le lancette dell'orologio culturale, agli anni in cui davvero i mass-media (mettiamoci anche il disastrato sistema radiofonico in cui i DJ, che un tempo erano dispensatori di cultura, si sono trasformati in fantocci alle dipendenze dei dettami pubblicitari delle major discografiche) rappresentavano una fonte di conoscenza e d'informazione, se non esaustiva in tutto, certamente assai più credibile di quanto oggi è diventata.
I pessimisti ad oltranza sono soliti affermare con forza che la televisione rappresenta da sempre uno dei bracci armati del potere costituito, se non addirittura il principale. In gran parte non si può che dar loro ragione, tuttavia al momento attuale stiamo vivendo dei tempi talmente catastrofici che paradossalmente succede che talvolta si viene colti in flagrante mentre si riflette che dopotutto, almeno sotto certi aspetti, il passato sia simile ad un vecchio acciaccato in vari punti del corpo e dunque magari bisognoso di cure costanti, ma non ancora sottoponibile ad irreversibili pratiche funerarie. Perchè se è vero che un lucidissimo Pasolini preconizzò gli effetti nefasti che il mezzo televisivo esercita sulla mente umana, personalmente e magari ingenuamente mi sento in diritto di operare una distinzione, oziosa finchè si vuole, fra la tv dominata dalla banda Ventura-Giletti-Scotti-Angela jr e simili - e quella che fu di Lelio Luttazzi, Folco Quilici, Andrea Barbato e del sopravvissuto a fatica Enrico Ghezzi. Nel becero primo caso la musica è stata ridotta ad un patetico simulacro di se stessa (niente più che una straziante finzione, insomma) alla cui propalazione sovrintendono scombiccherati dei ex machina come la Maionchi e la De Filippi e del giudizio sulla presunta validità della quale sono incaricati Ruggeri, Morgan, Elio senza storie tese, il figlio del cantante dei Pooh e personaggi del genere. Peraltro della tv di un tempo si può dire tutto il male che si ritenga necessario e specificamente nessuno può negare che su di essa l'allora imperante mano della Democrazia Cristiana impresse un'impronta determinante, con tutto quello che ne consegue in termini di bigottismo, perbenismo e buona educazione medio-borghese. E' risaputo, tanto per dirne una, che "Stryx", uno dei varietà più innovativi nella storia della RAI, andò incontro a grane poichè ebbe l'ardire di mostrare agli italiani il seno nudo di Patty Pravo, peraltro tutt'altro che procace e carnoso. E' tuttavia un dato di fatto che la musica costituiva uno dei fiori all'occhiello di quei palinsesti - e ciò in misura sempre maggiore a partire dal 1980, quando nacque la rete pensata come alternativa culturale alle scelte più ortodosse dei due canali già esistenti. RAI 3 ha subìto si può dire nel tempo l'identico declassamento di cui è stato vittima il progetto satellitare nel passaggio da TelePiù a Sky, ma nei suoi primi anni di vita rappresentò una manna per quelli che, giovani ed ingabbiati nella vita di provincia, non avevano sottomano occasioni frequenti per presenziare all'imprescindibile contesto dei concerti dal vivo. Due erano i capisaldi più facilmente individuabili intorno ai quali ruotava la programmazione a carattere musicale del canale neonato. "A luce rock" trasportò gli entusiasti adolescenti di allora nel meraviglioso e ricercatissimo mondo dei "rockumentari", vale a dire la corrente cinematografica (oggi purtroppo totalmente caduta in disuso e rispolverata ogni tanto per finalità meramente pubblicitarie) che prese le mosse in ambito underground alla fine degli anni '60 col film di Michael Wadleigh sul festival di Woodstock e che, con il suo misto di trattazione biografica ed immagini ricavate dai concerti, seppe conquistarsi larga diffusione negli anni '70 al punto che, prima di approdare allo schermo televisivo, ottenne un certo spazio nei cinema nell'ambito della programmazione d'essai, anche perchè spesso e volentieri produttori di "rockumentari" furono registi di riconosciuta fama. Come dimenticare che grazie a "A luce rock" potemmo ammirare gli Who di "The kids are allright", i Rolling Stones diretti da Hal Ashby in "Let's spend the night together", i divistici ma inquietanti Led Zeppelin di "The song remains the same", i Clash di "Rude boy", l'epopea new wave immortalata in "Roadie", la Band che con stuolo di amici al seguito si lascia riprendere da Martin Scorsese nell'atto di danzare l'ultimo valzer, la crema dell'universo rock anni '70 che si riunisce al Madison Square Garden per gridare ad una sola voce "No Nukes", il festival di Monterey....
Ma la RAI 3 innovativa degli albori ci trasmise anche il gusto e il piacere di diventare nottambuli. Infatti tutti i sabati, dalle 23 fino quasi all'alba, l'allora benemerita rete si collegava con la "Grugahalle", una sala da concerti sita nella città di Essen, da dove le telecamere della tv tedesca trasmettevano (credo, in diretta) "Rockpalast", un programma che consisteva in esibizioni dal vivo della durata di circa 75 minuti l'una, alcune delle quali sono oggi rintracciabili in DVD. Dal palco della Grugahalle passò una capillare selezione dei migliori artisti del panorama rock classico e della nascente new-wave. Redigere un elenco che li comprenda tutti sarebbe un'impresa improba, ma procedendo a braccio dirò dei primi che mi tornano in mente: John Cale, Jack Bruce, Roger McGuinn, Joan Armatrading, Graham Parker, Southside Johnny, i Grateful Dead, Elvis Costello, Van Morrison, Paul Brady, i Dexy's Midnight Runners, Huey Lewis & The News, fino ad uno sconosciutissimo ma esplosivo chitarrista texano di nome Stevie Ray Vaughan.
Si andava a dormire, dopo essersi concessi tale scorpacciata, alle prime luci del giorno, con la consapevolezza che davvero, retorica o meno che sia l'affermazione, il rock 'n roll era alla nostra portata, con lo scopo dichiarato di salvarci la vita.    
  

sabato 16 ottobre 2010

La musica suscita disinteresse

Anche e soprattutto per raggiunti limiti d'età e relative conseguenze non posso certamente permettermi di salire sul picco più alto di una montagna, per proclamare che sotto un certo aspetto della vita socio-culturale è in procinto di arrivare (o è addirittura già arrivata) l'apocalisse. Non posso farlo e non ho nemmeno la tentazione di pensare ad investirvi su del tempo, dato che in partenza sono cosciente che i risultati ottenuti sarebbero eventualmente risibili. Che i panni del profeta continuino ad indossarli quelli che in questo senso hanno dalla loro se non altro il conforto della temperie storica!  E qui la mente corre difilato ed inevitabilmente al ricordo del vate immortalato da Werner Herzog in "Cuore di vetro". Detto questo non mi riesce comunque di restare indifferente, ogni volta in cui per via mi succede di imbattermi in loro, alla vista dei ragazzi che frequentano le scuole medie e superiori che condiscono gli atti del passeggiare, del conversare e del rincasare con l'accompagnamento del suono della musica irradiata da quegli strani marchingegni dotati di minuscole cuffie, che tra l'altro rimandano soltanto insiemi di note in tutto corrispondenti al loro potenziale tecnico e spirituale, vale a dire ristretti, limitati, compressi e claustrofobici. Non credo infatti che per mezzo di un I-Pod (mi ronza nelle trombe di Eustachio che dovrebbero chiamarsi così....) possa mai essere ascoltata ad esempio una di quelle interminabili e dilatate canzoni, tipiche degli anni del progressive, che spessissimo giungevano anche ad occupare l'intera facciata di un long-playing ("Close to the edge" degli Yes, "Moonchild" dei King Crimson, "A plague of lighthouse keepers" dei Van Der Graaf Generator, "Supper's ready" dei Genesis....). 
A malincuore, ma riconoscendogli purtuttavia il dono di una lungimiranza senza pari, bisogna ammettere che il "profeta" Joe Jackson vide quantomai giusto (nei classici tempi non sospetti in cui i vaticinatori del futuro sono soliti operare) quando preconizzò che sarebbe venuta di lì a non molti anni un'epoca in cui la musica, da caposaldo irrinunciabile e guida nella vita di molti, si sarebbe trasformata nel qualunquistico sottofondo (consumabile con parossistica fretta) delle vite ordinarie e schiave delle convenzioni a cui oggi si votano senza condizioni le persone che non sanno o non vogliono neanche trovare il tempo per sedersi in poltrona ed ascoltarsi con calma un disco mediante lo stereo. E pensare che una buonissima parte dei classici del rock 'n roll assai di rado giunge a sfiorare la soglia dei 40 minuti e dura perciò più o meno lo stesso margine di tempo (ma forse persino di meno) che i navigatori generalisti di Internet impiegano per informarsi sugli aggiornamenti della Gazzetta o per consultare i siti che pubblicizzano telefoni cellulari o propongono di stabilire un contatto con anime gemelle virtuali. Sappiamo peraltro benissimo che per portare a termine le pratiche onanistiche indotte da YouPorn o Red Tube si investe solitamente un lasso addirittura minore.... 
Credo che, ancora durante i primi anni '80, quando noi rappresentanti dell'ultima generazione che antecedette l'arrivo dell'epoca delle varie mistificazioni vivemmo la nostra adolescenza, Joe Jackson (che non a caso ha sempre inciso dischi che, prima di essere magari criticati negativamente, necessitano di studio e disamina approfonditi) sarebbe stato molto contento di noi, che modestamente sapevamo assegnare alla musica, nella graduatoria delle componenti che costituiscono la vita, una giusta ed adeguata posizione (la prima?). Nonostante sul piano anagrafico sia vicino a dover obbligatoriamente inserire il numero "5" nella casellina delle decine, io continuo (come non fosse trascorso neanche un giorno) a rapportarmi nei confronti del motore mobile della mia esistenza nella stessa identica maniera. E se i prodotti sociali dell'età in cui Michelle Hunziker viene ammessa a recitare a teatro possono arrivare a stupirsi se confesso loro che a nulla è concesso di interferire ed arrecare disturbo durante la quotidiana e rigorosa pratica degli ascolti, che magari in certi giorni per motivi di lavoro non possono protrarsi per più di 30-35 minuti (ma, come ripeto, questa limitata attività delle lancette è più che sufficiente per far girare sul piatto un "classico" dal'inizio alla fine), per me da allora non è cambiato niente e ancora strenuamente e volitivamente proseguo nel non possedere la minima conoscenza nel campo delle sovrapposizioni. In parole povere non so che cosa significhi ascoltare la musica e allo stesso tempo camminare per strada o andare in macchina, studiare o lavorare, farsi la barba o depilarsi le gambe, parlare al telefono del più e del meno (di che cos'altro pretende di discorrere la gente al telefono, accidenti?) o adoperarsi in attività ginniche, intonacare il soffitto o tentare approcci con la vicina prosperosa - quest'ultima occupazione, per inciso, è consigliabilissima in ogni caso, a patto che contemporaneamente non si ascolti tramite I-Pod il seminale e rivoluzionario primo album del Pop Group. Se si eccettua l'incombenza di andare in macchina (non ho mai preso la patente), di studiare (questo tempo della vita per me è trascorso da più di 25 anni), di depilarsi (da nessun punto di vista purtroppo, men che meno quello artistico, somiglio a Bob Hite dei Canned Heat), di abbordare dirimpettaie "talentuose" (difficilmente le inquiline del condominio in cui vivo potrebbero essere reclutate per la rappresentativa di calcio femminile under 21), porto avanti anch'io, in forza di ineludibili necessità, gli obblighi-cardine su cui si fonda la società borghese. Tuttavia non permetto che qualsivoglia elemento di disturbo si diverta sadicamente ad ostacolare la diffusione della musica nel mio spirito e dunque per il resto è assolutamente tutto uguale ad allora. Ad alcun altra ragione di fastidio cioè è consentito interporsi col mio desiderio di scorribande interstellari, certo di portata inferiore rispetto a quelle descritte tanti anni fa da un gruppo di cui faceva parte un tale Syd Barrett, ma ancora troppo preziose nonostante l'età per pensare di poterle abiurare a cuore leggero o pesante che sia. Manca inevitabilmente qualcosa rispetto al per me stupendo quinquennio 1980-1985 in cui ebbi la fortuna e la volontà necessarie a non avvertire gli effetti degli inizi dello sfilacciamento del tessuto culturale e musicale nè di esserne negativamente influenzato - e qui basti dire che, a causa dell'affermazione su larghissima scala dei negozi di dischi on-line, i poveri polpastrelli delle mie dita sono ormai da tempo fuori allenamento e rischiano di atrofizzarsi. Tuttavia per il resto oso pensare che Joe Jackson mi attribuirebbe un piccolo attestato di merito per il modo in cui sono riuscito (per quel che mi riguarda) a non declassare la musica fino a ridurla ad un banale ronzio proveniente dalle oscure regioni dell'ignoto, sperando allo stesso tempo di trovarmi in tal senso in compagnia almeno discreta, se non sovrabbondante. Non è difficile per contro immaginare le reprimende, una volta tanto giustificate, di cui l'autore della pietra miliare "Night and day" potendo farebbe oggetto le torme di impersonali ragazzini che utilizzano i simulacri che si ambisce a contrabbandare per successioni di note esattamente come farebbero con una mini-siringa regalata loro per il compleanno da uno zio specializzato in otorino-laringoiatria.         

giovedì 14 ottobre 2010

B(u)ono con le parole!

Nel discorso per mezzo del quale fu incaricato di indurre Bruce Springsteen nella Rock & Roll Hall of Fame, il carismaticissimo leader degli U2 Bono Vox affermò per sommi capi che l'avvento del Boss sulla scena rock internazionale va salutato con sommo ed indicibile entusiasmo, dal momento che in pratica contribuì in maniera determinante a svecchiarne i connotati, ad infondere ad essa una ventata di giovanile freschezza e, specificamente, ad accompagnare verso il tramonto l'epoca degli "assoli di batteria da 20 minuti".
Non ho un contenzioso particolare nei confronti di Bono, sebbene lo preferissi mentre attraversava gli anni artistici antecedenti a quelli tuttora in auge in cui probabilmente reputa di essere il Nuovo Redentore - e non potrei neppure permettermi di aprirne uno con lui, visto che ad affrontare di petto i suoi avvocati miliardari farei la fine della nazionale di calcio lussemburghese nelle partite degli anni '70. Tuttavia non posso fare a meno di considerare che la sua affermazione racchiude anzitutto un falso storico abbastanza evidente e in più sorge il problema per cui, semplicemente per partito preso, con essa egli si è scagliato addosso ad una particolare fase della storia del rock che, piaccia o meno, merita incondizionato rispetto.
Per quanto riguarda il primo dei miei tentativi di confutazione, mi sento di dire che, ammesso e di sicuro concesso che la stagione del rock che precedette il punk e la new-wave stesse in quegli anni scoccando le sue ultime frecce, mi sembra un po' azzardato riconoscere al solo Bruce Springsteen la paternità dell'avvio di questa ventata di cambiamenti. Ciò per due motivi: nelle prime fasi della sua carriera, quando stava muovendo i primi passi sulla ribalta internazionale, l'autore di "The River" non era artisticamente parlando un personaggio che svettasse sugli altri per indipendenza di scelte ed irreprensibilità, se è vero che alla sua iniziale visibilità e al suo lancio contribuirono in misura determinante le sottili operazioni di marketing che certo non rappresentano un'acquisizione culturale dei soli tempi attuali; oltre a ciò, rischiando di risultare pedante (ma a volte pare proprio che serva), potrei citare il nome di almeno un centinaio di gruppi ed artisti singoli che, da Londra a New York fino alle rispettive periferie, negli stessi anni si espressero attraverso linguaggi realmente innovativi - e per di più unicamente in forza del loro (quasi sempre) immenso talento e senza che l'occhiuto ed astuto manager di turno predisponesse per loro adeguate campagne pubblicitarie. Insomma, i primi dischi di Springsteen sono assai di più figli di John Hammond sr. e di Jon Landau (e dell'insegnamento di Bob Dylan, Van Morrison e Phil Spector tra gli altri) che non di una presunta vena artistica che al tempo era ancora tutta da comprovare.
Ieri sera, prima di andare a dormire, ho ricollocato sul piatto (dato che, nota a margine, la musica si ascolta mettendola sul piatto o aprendo il lettore CD, chè il resto dei supporti oggi in voga non è riconducibile ad altro che a volgare mistificazione) il doppio album dal vivo di Derek & The Dominos "In concert", uno dei capisaldi della cultura del "live album" così splendidamente in auge negli anni '70 e uno di quelli al quale, magari soltanto a livello inconscio, a Bono successe di pensare allorchè sentenziò la necessità di fare piazza pulita di una maniera, secondo lui superata, di intendere la musica rock. Guardacaso la seconda facciata di "In concert" si apre (e quasi termina) con una versione di "Let it rain" che, in forza della sua durata (17.47), non brilla certamente per il possesso di uno spiccato dono della sintesi. I tempi delle scarnificate (ancorchè bellissime) canzoni new-wave da tre minuti scarsi erano ancora relativamente lontani, tanto più che all'interno della suddetta resa di "Let it rain" il grande e sfortunato Jim Gordon si produce in uno di quei famigerati assoli di batteria (va bene, prolisso ed articolatissimo!) che presumibilmente per Bono, che solo del suo pontificare non ha mai abbastanza, rappresentano l'equivalente di un fastidioso insetto dentro l'orecchio. E' necessario sfatare una volta per tutte questa sorta di mito al contrario ed affermare che la scelta di comporre brani lunghissimi (a volte, come sappiamo, strutturati come fossero delle vere e proprie "suites"), di dilatare oltremisura gli interventi strumentali, di superare spesso e volentieri i ristretti confini del pezzo per il 45 giri non è riconducibile a presunta volontà esibizionistica, a mere ostentazioni di muscolarità e di capacità tecnica fine a se stessa finalizzate semplicemente a strappare l'applauso del pubblico più facile. C'è stato in effetti chi ha totalmente frainteso i dettami di questa tendenza ma non credo che qui metta conto occuparsi di Eddie Van Halen o Yngwie Malmsteen. I musicisti che hanno trovato il coraggio e l'ispirazione per far sì che la canzone rock diventasse qualcosa di più di un dimenticabile motivetto da juke-box (diciamolo senza timore: un'autentica forma d'arte) soggiacquero assai piacevolmente (conferendo a questa tendenza senza problemi il loro benestare) al nascere di un nuovo corso nell'ambito della storia della musica popolare, che previde che il jazz e il rock'n roll, entrambi i generi al tempo alla ricerca di nuovi stimoli e modalità espressive, abbandonassero purismi snobismi e timori reverenziali di sorta e scegliessero di abbeverarsi copiosamente l'uno alla benefica fonte dell'altro, ponendo così in essere una sorta di rivoluzione le cui importanza e portata gli storiografi non hanno probabilmente ancora compreso appieno, malati tuttora di quella tensione verso gli accademismi che ormai dai primi anni del secolo passato ha fatto il suo tempo. I jazzisti, Miles Davis e i suoi giovani accoliti in testa, cercarono di ringiovanire il loro terreno d'adozione mediante l'elettrificazione degli strumenti e conferendo al loro percorso un taglio che ancora oggi molti scambiano per deriva e ripiego commerciale. Certi rockers da parte loro identificarono in John Coltrane la principale figura di riferimento e il perno intorno al quale sottoporre a riscrittura il loro linguaggio. Corroborando la tesi, che riesce ancora a fare scalpore, secondo cui il sassofonista Coltrane aveva in sè un'anima da chitarrista, alcuni tra i maggiori artefici del suono della "6 corde" elettrica trasferirono nel contesto rock la modalità di partire da un tale giro di accordi per poi prodursi in viaggi dilatatori, digressioni, parafrasi e perifrasi e per imboccare vicoli ciechi o per contro strade dilungatisi a perdita d'occhio. Logicamente, su questa base, andò a finire che raramente le canzoni duravano meno di cinque minuti e anzi assai di frequente oltrepassavano la soglia dei dieci - e a questo proposito, oltre al citato LP dei Dominos, "Live at Fillmore East" della Allman Brothers Band, con Duane Allman e Dickey Betts a proclamarsi fin da subito chitarristi "coltraniani", rappresenta qualcosa di più di un album seminale ed emblamatico.          
   

martedì 12 ottobre 2010

La morte di Solomon Burke

Purtroppo nei messaggi che inserirò di qui in avanti sarà necessario dar conto delle molte dipartite alle quali, volenti o nolenti, ci siamo già dovuti assuefare. A parte alcune eccezioni (non me ne vengono in mente più di tre o quattro), i musicisti che amiamo hanno un'età che va dai 60 anni in su. Anzi, proprio in questi giorni ho saputo che Eric Clapton (il sublime artista che ancora tiene il palco divinamente, vedasi i concerti inglesi con Jeff Beck e Steve Winwood a cui quest'anno ho assistito) ha fatto coincidere la pubblicazione del suo ultimo straordinario "Clapton" con il compimento del 65°.
Non soltanto i grandi artisti del rock 'n roll sono vicini alla terza età o la stanno addirittura vivendo, quel che più rattrista è che parecchi tra loro, più o meno famosi, hanno lasciato questo mondo. E già alcuni anni fa, negli intermezzi parlati dei suoi concerti dal vivo, un Elliott Murphy tanto caustico quanto amareggiato si divertiva (?) ad immaginare un'ipotetica rock 'n roll band formata da soli musicisti scomparsi e già equiparabile ad una vera e propria big band. E il grande Elliott giù ad includere nel fantomatico gruppo Johnny Thunders, Jimi Hendrix, Janis Joplin, nientemeno che Wolfgang A. Mozart e via discorrendo.... Qui, purtroppo, non è solo un problema di personaggi carismatici che se ne vanno, ad aggravare una situazione già di per sè tristissima c'è da aggiungere che, in un ideale casellario della storia del rock, nessuno degli spazi che periodicamente rimangono vacanti potrà più essere riempito o, nella fattispecie, nuovamente occupato da figure di altrettanto significativi levatura e spessore. Le finestrelle di quest'immaginario casellario rimarranno per sempre sguarnite e credo che, come succede per le altre discipline artistiche, questo accada per la prima volta in assoluto nel corso della storia della cultura. In altre parole, scomparsi o sul punto di scomparire gli artisti che hanno segnato indelebilmente il nostro immaginario, ci troviamo in vista dell'avvenire sprovvisti di adeguati ricambi. Torna perciò in ballo la riflessione sulla necessità di vivere di soli ricordi. 
Forse mi sono perso qualcosa ma dei nuovi Presley, Zappa, Morrison o Lennon devono ancora nascere. Nè mai nasceranno dato che, ricollegandomi al post dell'altro giorno, è impossibile che nuovi semi del genere possano germogliare, laddove sia il Mercato a dominare incontrastato e a dettare le regole.

All'età di 70 anni, improvvisamente ma forse non troppo, Solomon Burke ha trovato la morte all'aeroporto di Amsterdam. Nell'ambito della mia ossessiva e frenetica caccia finalizzata a vedere almeno per una volta in azione i grandi vecchi prima che loro sia dato di danzare il passo d'addio, due anni fa riuscii ad intercettare Burke sul palco di Umbria Jazz. Non si trattò, non mette quasi conto dirlo, di un concerto memorabile, poichè, come la gran parte degli artisti d'area soul ancora in attività (e quest'anno Al Green, visto dal vivo a Londra, non ha fatto eccezione), negli ultimi anni l'interprete di "Cry to me" si limitava (pur coadiuvato da una voce ancora integra) a riproporre  la sua inossidabile ed immutabile immagine, infarcendo l'oretta scarsa di show con orpelli che possono colpire giusto un occhio facilmente ammaliabile e non troppo avvezzo agli eventi realmente indimenticabili. Tenero e simpatico Solomon mentre lanciava fiori alla platea, invitava ragazze delle prime file ad ascendere sul palco per lì dimenarsi, se non fosse che però (forse troppo impegnato com'era a far sì che gli avventori di bocca buona sgranassero lo sguardo) si faceva scoprire in flagrante mentre chiudeva assai sbrigativamente la pratica dei suoi tanti classici buttando là dei lunghissimi medley in cui non si faceva in tempo ad assaporare il gusto di un brano che già si era costretti a concentrarsi sul successivo. Per certi versi, era la medesima impostazione che alle loro esibizioni più recenti hanno scelto di dare Willie Nelson e B.B. King.
Dal punto di vista dell'attività in sala d'incisione le cose per Solomon Burke andavano peraltro del tutto diversamente, tanto che ripensando ai suoi ultimi tre o quattro dischi si può a buon diritto parlare di terza (o quarta, chissà....) giovinezza artistica. In studio infatti, per tutti gli anni 2000, egli aveva deciso di rimboccarsi le maniche e di fare le cose in grande, affidandosi ai due fattori-chiave che al giorno d'oggi costituiscono la differenza tra un grande disco e un prodotto da dimenticare: scelta di compositori con cui andare sul sicuro e al "songbook" dei quali attingere copiosamente - e lavoro a quattro mani con alcuni tra i più consolidati produttori sulla scena, quelli che non si limitano a girare bottoni e manopole ma hanno bensì in testa "quel" suono che permea di sè, talvolta in modo financo eccessivo, le canzoni di un album. Ecco, perciò, che le atmosfere ovattate, quasi esoteriche e sempre cupe e misteriose di Joe Henry posero il loro marchio su "Don't give up on me", quelle decisamente più rock e urbane di Don Was resero "Make do with what you got" il disco che i Rolling Stones avrebbero inciso se la natura li avesse dotati di pelle scura; per contro non ci si deve lasciar fuorviare dal titolo e pensare a "Nashville" come ad un generico album di musica country, poichè non a caso Burke chiamò a produrlo quel Buddy Miller che col suo incredibile blend di country, folk degli albori e gospel ha già da qualche anno elevato la musica tradizionale americana al rango di qualcosa di più di un semplice prodotto di genere.
Da notare che Miller è anche autore di dischi in proprio o in coppia con la moglie Julie. Si ascolti o riascolti a questo proposito "Universal united house of prayer" del 2004 - e in duo "Written in chalk" (in cui Robert Plant si produce in un cameo), tanto per rimanere alle cose più recenti di questo straordinario compositore-produttore.
 

  

venerdì 8 ottobre 2010

Bob Dylan, il Muro di Berlino e Graceland

Quelli che, bontà loro, sono convinti che dopo la morte potranno contare su un posto riservato in Paradiso sono usi suddividere la Storia in due macro-periodi: avanti Cristo e dopo Cristo. Io, che della nostra grande Madre possiedo una visione molto più limitata e assai meno preconcetta, sono solito parlare di A.M. e D.M. Non si tratta di frequenze radiofoniche attraverso le quali poter ascoltare una fantomatica rock station, bensì di altrettanti periodi storici che mi piace chiamare Avanti Mercato e Dopo Mercato. Come dicevo ieri sono consapevole che questo schizofrenico strumento della convivenza umana c'è sempre stato, ma nel corso della Storia si verificò il classico evento-spartiacque dopo il quale il Mercato non trovò praticamente più ostacoli in vista della sua totale affermazione. Nel 1989 e seguenti la caduta dei regimi dittatoriali dell'Est europeo e in particolare del muro di Berlino venne presentata come l'inizio di una nuova Era dell'Acquario e in linea di principio possiamo dire che le cose stanno realmente così, nel senso che i presupposti per la costruzione del cosiddetto "mondo migliore" c'erano veramente tutti. Tuttavia mi torna in mente un vecchio verso di Bob Dylan che, in netto anticipo sui tempi come quasi sempre gli accade, nel 1984 pubblicò una canzone intitolata "Union Sundown" che, a proposito di certi eventi, dice che appunto in linea di principio rappresentano una buona idea, non fosse che poi a rovinare tutto ci si mette sempre di mezzo l'avidità. Possiamo dunque partire dalla considerazione di Dylan per sostenere che gli eventi avvenuti a cavallo tra la fine e l'inizio dei due decenni sono stati presentati ed offerti alla gente in maniera truffaldina e disonesta e alcuni di noi li hanno vissuti come quando si va a comprare su Internet un oggetto pubblicizzato in modo egregio, salvo poi trovarsi recapitato a casa il classico "pacco" - e non soltanto in senso strettamente postale. Sembrò che le varie Utopie di cui è piena la storia della filosofia dovessero finalmente avverarsi, e invece ci siamo ritrovati da un lato, auspice appunto l'azione del Mercato, con la divisione netta e credo ormai difficilmente riparabile fra ricchissimi e poverissimi, e da un altro con l'appiattimento intellettuale a tutti i livelli, sotto l'egida di quegli strumenti mediatici che hanno ridotto gli esseri umani ad un inarticolato coacervo di "yes men", che sottoscrivono tutto quello che il potere ordina e naturalmente non si sognano di adoperarsi allo scopo di modificare l'ordine costituiito e lottare contro le sue tante storture. Peraltro non avevano in tal senso già scritto tutto autori come Orwell, Dick e Bradbury? E lo stesso Roger Waters, in un album che musicalmente non amo molto ma a cui non posso non riconoscere l'efficace valenza preconizzatrice, dimostrò di avere vista lunga, quando, ancor prima dell'arrivo degli anni '80, dipinse gli umani alla stregua di informi pupazzi conoscibili soltanto come numeri.
Consegue naturalmente che almeno sotto certi aspetti viene addirittura da rimpiangere il decennio, uno dei più bistrattati in assoluto (a ragione), ma in cui se non altro il tessuto musicale era ancora vivo e la musica, alla maniera delle due decadi precedenti, poteva ancora essere utilizzata quale efficace cassa di risonanza per dare risalto alle varie istanze politiche internazionali. Soltanto un cieco non si accorgerebbe che, se oggi il Sudafrica non è più afflitto dalla terribile piaga dell'apartheid, è il caso di rendere omaggio primariamente a Paul Simon che, mentre gli onorevoli del mondo erano impegnati nei loro lussuosi tea-parties, decise che era giunto il momento di rompere gli indugi. L'album "Graceland" del 1986 costituì il primo passo verso la risoluzione di un tanto gravoso problema. Il disco è fondamentale anzitutto dal punto di vista musicale poichè, data la commistione delle culture su cui si fonda e che lo pervade dalla prima all'ultima nota, può essere allegoricamente ascoltato come la visione del prodigo grembo newyorkese che accoglie in sè tutti gli umori e i colori della vera e non mercantile "world music". Sul piano politico rappresentò l'iniziale presa di coscienza per cui una certa istanza doveva essere vinta a tutti i costi e con ogni mezzo. Il concerto che fece seguito al LP e che è documentato nello splendido DVD "Graceland - The African concert" è uno di quegli eventi capaci di toccare il cuore. In una splendida giornata di sole, di fronte ad un pubblico misto in cui bianchi e neri dichiarano fieramente che la convivenza è possibile, l'umile e deferente Paul Simon pone gli stilemi della musica nordamericana al servizio di una causa importantissima e i grandi ospiti che intervengono allo spettacolo (oltre ai più grandi turnisti sudafricani riconosciamo senza bisogno di presentazione Hugh Masekela, i Ladysmith Black Mambazo e la povera Miriam Makeba) comprendono l'estrema grandezza del gesto dell'autore di "Sounds of silence" e a loro volta, con gli occhi e con la voce, gli tributano continue profferte di ringraziamento.

E' possibile reperire on-line il materiale di cui si parla in questi post attraverso il sito http://www.caru.com/

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giovedì 7 ottobre 2010

Un post introduttivo

E' sempre difficile iniziare qualcosa, anche un blog che a pensarci bene si pone, nel suo piccolo, obiettivi piuttosto ambiziosi. Perciò, dopo tante riflessioni, ho deciso di cominciare cercando di immaginare le due classicissime domande che un potenziale lettore potrebbe rivolgermi
1) Perchè un altro spazio dedicato alla musica (al cinema, ai libri) visto che ce ne sono già talmente tanti che la rete rischia ogni istante di esondare? Perchè, nonostante in giro non mi sembra ci siano in tal senso troppi buoni auspici, non mi sono ancora rassegnato alla presunta evidenza per cui non sia più possibile condividere una passione autentica che mi porto dentro da più di trent'anni. In più intendo dare un contributo e combattere contro un'altra pericolosa evidenza: che la gente, virtualmente ormai persa nel mondo degli mp3, della tv commerciale, delle comunicazioni attraverso telefono cellulare, dei film visti tramite quella scatola di sardine che è lo schermo del computer, in generale della triste piaga delle convenzioni sociali, pare non essere più capace nè intenzionata di provare emozioni e passioni autentiche.
2) Perchè uno spazio che si occupa della cultura e dell'immaginario culturale del passato, a cui per di più è stato dato un nome che sembra proprio essere la variazione di "Living in the past", titolo di un vecchio album dei Jethro Tull (bravo, potenziale lettore, hai visto giusto!)? Non posso negare che provo un amore incondizionato per tutto l'immaginario che negli anni '60 e '70 ha rappresentato il baluardo essenziale del mio sviluppo, tuttavia mi sono ripromesso di fare in modo che gli scritti a venire non siano gravati da un tono eccessivamente sentimentale o nostalgico. "Living for the past" dunque per una ragione ben più profonda e, oserei dire, filosofica. Da un po' di tempo a questa parte, diciamo da una ventina di anni o giù di lì, le leggi del mercato e più in generale dell'economia capitalistica dominano incontrastate tutto quello che passa sotto i nostri occhi. Non si deve credere che sia tanto ingenuo da pensare che fino agli anni '80 il mercato non esistesse, tuttavia mi capitò qualche tempo fa di leggere un'intervista al chitarrista dei Led Zeppelin Jimmy Page che può essere definita in tal senso illuminante. In quell'occasione egli ammise senza falsa modestia che il suo gruppo, unitamente a molti altri dell'epoca, grazie al turbinoso giro di denaro che gravitava attorno al mondo del rock 'n roll potè fare in modo, diciamo così, di non conoscere problemi economici di sorta. Ergo: il mercato non è certamente un'invenzione dei tempi attuali. Ma la differenza sostanziale, così sostenne Page, è che, mentre oggi è il mercato a creare mode e tendenze fabbricando in laboratorio fenomeni che non restano mai in auge per più di un breve lasso di tempo (dove sarebbe oggi Noel Gallagher se non avesse speculato per anni sulle storielle gossip che sono l'alimento essenziale della sua avventura con Patsy Kensit?), una volta gli artisti, dal momento che erano tali e sapevano anche di esserlo, imponevano al mercato la musica e in genere le direttive, talmente vincenti in tutti i sensi l'una e le altre che quello non poteva fare altro che adeguarsi ed accettare le condizioni senza fiatare. Ecco che, su questa base, allora venne gettato ogni presupposto per la creazione di opere artistiche durature, che infatti hanno bellamente resistito all'usura del tempo. Ecco, per contro, che trascorso un certo tempo oggi nessuno conserva più memoria del cantante di cartapesta che abbia peraltro spopolato per un po' nelle trasmissioni di video musicali e sia stato in grado per qualche mese di riempire stadi ed arene. Una volta, per dirla in breve, il mercato aveva voce in capitolo soltanto in seconda o terza battuta perchè ancora la gente intendeva godersi il privilegio di pensare con la propria testa, di operare ricerche certosine, in questo tanto più meritevole se pensiamo all'estrema limitatezza dei mezzi a disposizione.
Ecco perchè "Living for the past". Non è solo sentimentalismo o nostalgia.