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venerdì 18 marzo 2011

T-Bone Burnett, Gregg Allman e il blues


Sebbene il mio orologio mentale si sia fermato intorno alla metà degli anni '80 non si deve pensare che mi trovi a completo digiuno di e contatti con quello che alimenta la vita nel mondo di oggi. Per quanto riguarda il mio rapporto con la musica, ad esempio, continuo molto fedelmente a seguire il lavoro dei cosiddetti "grandi vecchi" (quelli che le inappellabili leggi della morte non ci hanno ancora sottratto) e del considerevole gruppo di artisti che, pur ancora non così avanti con l'età, hanno già mostrato di disdegnare il freddo che emana dal tempo presente e hanno scelto di rifugiarsi in una nicchia assolutamente protetta, che rimanda odori passatisti e profumi di spiritualità ancestrale.

Credo che il fatto di soffermarsi sulla classica recensione tecnicistica di "Low country blues", il nuovo album di Gregg Allman, equivalga ad una specie di perdita di tempo. E' stato distribuito sul mercato da poco più di un mese e molto probabilmente le più autorevoli voci della critica musicale (penso in special modo a quelle inglesi ed americane) lo hanno già abbondantemente ed esaustivamente vivisezionato. Del resto se riflettiamo a proposito delle credenziali con cui alla fine dell'anno scorso n'era stata anticipata l'uscita (si era infatti parlato di una "tracklist" composta quasi esclusivamente di riprese di classici del blues e del fatto che Gregg aveva reclutato un produttore e un gruppo di musicisti stellari), presumibilmente in molti avevano già a scatola chiusa preconizzato un inserimento di "Low country blues" tra i dischi più importanti del 2011.
Ecco che, dunque, si pone il problema relativo a che cosa aggiungere a quello che sicuramente è già stato detto.

Forse non tutti si sono resi conto che nell'ambito delle case discografiche per gli addetti alla progettazione e alla preparazione del "packaging" (la confezione, per i non anglofili) si presenta da alcuni anni la necessità di cambiare il punto di vista rispetto al loro lavoro.
Da circa venti anni a questa parte la musica si è evoluta in modo che ormai si può dire che una copertina su cui si legga unicamente il titolo del disco e il nome dell'artista non dispone di un quantitativo sufficiente di informazioni. Occorre infatti assegnare rilevanza sempre maggiore al nome del produttore e alla lista dei musicisti e dei session-men che hanno lavorato e suonato in un certo album e non ci si può più limitare a scriverli a caratteri piccolissimi nell'angolo più nascosto del retro-copertina o, come succedeva con gli LP usciti negli anni '70, in calce ai testi delle canzoni.
Non vorrei peccare di nichilismo eccessivo, ma, specialmente nell'ambito della musica rock, i fattori della creatività e dell'innovazione non possono incidere più tanto in profondità nella realizzazione di un'opera. E' indubbiamente un luogo comune di cui si è oltremodo abusato, ma le istanze rivoluzionarie del rock 'n roll si sono, volenti o nolenti, esaurite con la fine degli anni '70. Ciò non significa, ne ho fatto precedentemente cenno, che oggi non ci siano in giro dischi che valga la pena ascoltare o addirittura acquistare. Semplicemente la figura del produttore è venuta assumendo di tempo in tempo un'importanza sempre più fondamentale, questo fin dalla seconda metà degli anni '80 quando bastava venire a sapere che un certo album era prodotto, poniamo, da Daniel Lanois per intuire addirittura prima dell'ascolto il genere di umori e di paesaggi interiori nei quali l'orecchio e lo spirito si sarebbero imbattuti.
Per dirla in breve il produttore ha ormai cessato di essere un semplice manipolatore di tasti al servizio dei voleri dell'artista. Egli è pian piano diventato un "sound engineer" nell'accezione più completa e letterale del termine, nel senso che è capace di entrare in sala d'incisione con in testa una sonorità ben precisa la quale corrisponde ad altrettanta specifica visione del mondo, per mezzo della quale è in grado di conferire i contorni della novità ad una materia musicale che altrimenti rimanderebbe il fastidioso aroma della cosa già sentita.

T-Bone Burnett rientra a pienissimo titolo in questa tipologia. In tale veste egli da circa venticinque anni pone il suo inconfondibile marchio su dischi di pretta matrice "roots", seppure da allora abbia sensibilmente mutato la maniera di incidere sull'ossatura delle canzoni. Negli anni '80, forse perchè profondamente influenzato dal suono "mercuriale" del Dylan elettrico di due decenni prima, produsse tra gli altri Los Lobos, Elvis Costello e i BoDeans su tonalità sfavillanti ed abbacinanti, concentrandosi soprattutto sullo sfruttamento delle potenzialità delle chitarre elettriche e dell'organo Hammond. Il suo è oggi un percorso sempre rivolto all'attualizzazione del suono delle radici, seppure negli ultimi tempi abbia scelto di metterne in evidenza la vetustà, le zone oscure, inafferrabili e misteriose, le componenti ancestrali. Egli utilizza a questo scopo una strumentazione e apparecchiature tecniche risalenti alle epoche in cui certe opere seminali videro la luce, col chiaro intento di imprigionare i suoni in una dimensione che sa di oscuro ed angosciosamente lontano; nel disco di Gregg Allman a questo trattamento è stata sottoposta anche l'esuberante e giovanile chitarra di Doyle Bramhall II.  

Sotto questo profilo l'album di B.B. King del 2008 "One Kind Favor" rappresentò una vera e propria svolta, confermata poi dai tanti dischi che T-Bone Burnett è stato negli anni successivi chiamato a produrre: da "Thunderbird" di Cassandra Wilson a "The Union" della mirabile coppia Elton John - Leon Russell, fino a "Country Music" di Willie Nelson che, senza il prezioso tocco di Burnett, avrebbe potuto fin dal titolo indurre qualche maligno a pensare che il texano si sia ormai fermato all'abitudine di percorrere all'infinito territori già molte volte esplorati.
E' impossibile ipotecare il futuro, specie quello degli artisti poliedrici come T-Bone Burnett, ma qualcosa mi dice che "Low country blues" di Gregg Allman costituisca una sorta di stupefacente punto d'arrivo. L'album contiene, come accennato, undici "cover" e un solo brano originale che Gregg scrisse insieme a Warren Haynes, è composto ed arrangiato dal titolare che per l'occasione è coadiuvato dal fidato gruppo di musicisti che fa capo a T-Bone Burnett e che, come nelle precedenti occasioni, ha nel bassista Dennis Crouch, nel batterista Jay Bellerose e nell'arrangiatore di fiati Darrell Leonard i tre inamovibili perni centrali. Al piano siede colui che per eccellenza è il depositario della tradizione, vale a dire Dr. John e i misurati interventi di Colin Linden al dobro e Mike Compton al mandolino contribuiscono a spostare l'intero progetto indietro fino al tempo in cui lungo certi crocevia si verificavano accadimenti mai del tutto o chiaramente spiegati - e ciò non solo perchè nell'album è presente la cover di "Devil got my woman" di Skip James.
La sempre stentorea voce di Gregg Allman, che con l'età si è arricchita degli echi lamentosi e doloranti che fanno di lui il vero erede bianco di Robert Johnson, si erge fieramente quale barriera (forse invalicabile e forse no, non possiamo affermarlo con certezza) contro i demoni e i fantasmi che ancora, esattamente come allora, stanno in agguato e tendono insidie alla vita di quelli che spiritualmente non fanno parte di questa non meglio definita età post-moderna. Nessun disco frettolosamente etichettabile nella categoria "album blues" era riuscito dagli anni '70 a dipanare tanto lucidamente questa mai del tutto scandagliata materia. Al significato del progetto sono in parte accostabili i due dischi incisi all'inizio degli anni '90 dal compianto John Campbell, che però molto probabilmente riusciva a vivere da uomo del blues nella vita reale molto più che in sala d'incisione. In "Low Country Blues" le due dimensioni incontrano invece un meraviglioso punto di congiunzione attraverso dinamiche esattamente simili (e pertanto imperscrutabili) a quelle che si rivelarono in quello strano giorno di più di settanta anni fa in cui un ragazzo nero, del quale si parlava come di un dilettante che sapeva a malapena accordare uno strumento, fu in grado di porre su nastro il più avvincente racconto sulla lotta dell'uomo contro i demoni e i fantasmi.                       

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