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mercoledì 11 maggio 2011

Le bugie che ci dicevano a scuola



Non sono in grado di dire se, rispetto ai tempi in cui ottenni il mio diploma (primi anni '80), l'andazzo sia in qualche modo cambiato. Da allora non mi sono più occupato a fondo dell'andamento del contesto scolastico ma, a giudicare dai resoconti dei giovani con cui posso ogni giorno stabilire contatti in conseguenza del mio lavoro di bibliotecario, ho la netta impressione che il fatto che sono trascorsi quasi trent'anni non abbia poi apportato mutamenti sostanziali. In poche parole, con buona pace della maggioranza della gente la scuola continua impunemente a rappresentare (insieme alla famiglia, alla Chiesa, all'istituzione militare, ai media ecc....) uno dei bracci armati della società della repressione, coloro che muovono i fili della quale hanno alla fine imparato che attraverso l'adulterazione della mente si ottiene risultati assai più efficaci (e duraturi) che non per mezzo di tecniche di coercizione ormai superate quali le bastonate col manganello o le camere a gas.
Ai tempi in cui i miei compagni di Liceo ed io venimmo giudicati "maturi" (sulla base di quali requisiti? e in funzione di quali obiettivi?), la scuola aveva già compiuto in qualità di strumento di repressione molti concreti passi avanti sulla strada della sofisticazione. Non ricordo infatti che i professori avessero l'abitudine di ingiungerci di consegnare loro di tanto in tanto il diario, sul quale trascrivere la classica e per un ragazzino umiliante nota di richiamo per i genitori. Di più: i tragici lasciti culturali la cui resistenza perdurò fino a tutta la prima metà del '900 furono (almeno quelli!) per fortuna e finalmente dimenticati. Perciò non ebbe mai a verificarsi il caso di un ragazzo che fosse obbligato a mettersi in ginocchio davanti al preside, che fosse punito con colpi di bacchetta sulle mani o che venisse relegato dietro la lavagna per la durata dell'intera giornata di lezione.
E' bene ricordare ad ogni modo che non si deve commettere l'errore di pensare che l'istituzione fosse diventata d'improvviso mite, mansueta e a misura d'alunno. Semplicemente venne stilato un progetto quantomai subdolo e finalizzato a limitare ed oscurare il nostro orizzonte intellettuale e culturale, il tutto senza che noi potessimo avere agio di accorgercene. Gli esiti ottenuti furono strabilianti, tant'è vero che soltanto molto tempo dopo potemmo renderci conto di come e quanto le nostre potenzialità venissero sistematicamente tarpate.
Si aggiunga che non tutti quelli che furono miei compagni d'avventura liceale poterono pervenire a determinate consapevolezze, se è vero che nel gruppo è necessario comprendere unicamente quelli che saggiamente decisero, una volta liberatisi dal giogo scolastico, di intraprendere dei fondamentali percorsi cognitivi da autodidatti.

Sarebbe scorretto e ridicolmente pretenzioso affermare che ai tempi del Liceo noi ragazzi fossimo spinti dall'irresistibile desiderio di approfondire ed allargare lo spettro delle nostre conoscenze. Gli interessi da cui eravamo animati erano ben altri. Citerò a caso: la musica, il calcio, il cinema, il cibo, la figa e il suo proteiforme corrispettivo maschile.... Ciò non toglie tuttavia che gli insegnanti non facevano nulla per aiutarci a guarire dallo spesso strato d'ottusità adolescenziale da cui eravamo fatalmente penalizzati. Peggio, nella loro veste di ingranaggi del sistema repressivo offrivano il loro fattivo contributo per svilupparlo ulteriormente.
Allo scopo di portare degli esempi attendibili mi baserò sulle memorie inerenti l'ambito che mi compete, vale a dire quello degli studi umanistici. Eravamo infatti subliminalmente indotti a dare per scontato che la storia della letteratura, una disciplina che tra l'altro ci venne inculcata attraverso un genere di stimoli di natura eminentemente nazionalistica, non avesse goduto di margini d'espressione al di là dei primi due o tre decenni del XX secolo. Insomma, un'istituzione rinomatissima ed altamente reputata come il Liceo Classico ci iniettava in corpo per via endovenosa il concetto per cui oltre le Alpi quasi non fossero esistiti personaggi dotati di talento per la scrittura e che praticamente in coincidenza con lo scoppio della seconda guerra mondiale nessuno avesse più messo su carta un rigo o un verso.             
La motivazione che i nostri sedicenti tutori adducevano nell'intento di giustificare queste spaventose ed abissali lacune nel programma di studi non cambiava di anno in anno: "le cose da approfondire sono tante e non c'è tempo a sufficienza". Questo risibile pretesto avrebbe potuto altresì essere confutato semplicemente avanzando l'opportunità di ridisegnare i piani di studio in modo da passare a volo d'uccello sopra gli autori francamente meno importanti (Monti, Prati, Aleardi, il sopravvalutato e patriottardo Carducci....) e di conseguenza in maniera da aver agio di ottimizzare il tempo in funzione dell'apprendimento di quelli maggiormente significativi.
Soltanto oggi tuttavia, dopo aver pianificato e condotto anni di studio da completo autodidatta, riesco a comprendere che per gli insegnanti e soprattutto per le irraggiungibili e pompose personalità che sovrintendono alla reputazione della loro etica professionale non si trattava soltanto di una questione legata alla ristrettezza del tempo.
Il fatto è che, nel relativamente breve volgere di un cambio di secolo, ebbe luogo una rivoluzione profonda e radicale quant'altre mai, che sovvertì l'intero sistema di valori sul quale la storia del mondo occidentale fu fondata almeno fino alla metà del XIX secolo. La letteratura, non quella manierista e alimentata con orpelli ed inutili fronzoli bensì quella per mezzo della quale vengono obiettivamente registrati il segno e il mutamento dei tempi, dovette prendere atto (non senza un certo piacere, a dire il vero!) che la forma del mondo nota all'uomo fino al secolo di Alessandro Manzoni era sul punto di modificarsi irreversibilmente. Nel '900 l'uomo non si limita più a badare alla salute del proprio spirito e a tendere ai valori universali ed assoluti che non fanno parte del patrimonio di questa terra. Non che i romanzi dell'800 non si occupino di scavare a fondo nell'oscuro ed inesplorato antro della sessualità - e giustappunto da questo presupposto prendono le mosse i socialmente squassanti comportamenti di una Anna Karenina o di una Emma Bovary. E' tuttavia certo che i pur grandi romanzieri del XIX secolo parlarono di tali ancora scottanti temi non prima di essersi debitamente nascosti dietro la cortina fumogena del pudore e di aver infallibilmente testato la robustezza e l'impenetrabilità del loro catalogo di allegorie.
Sull'esempio dei profondissimi studi condotti dal seminale Sigmund Freud e dai suoi discepoli   peraltro la narrativa del secolo scorso (quella vera, s'intende, non quella riconducibile alla bassa pornografia per massaie ed impiegati insoddisfatti) inferge una definitiva sforbiciata all'intricato sistema di veli e paraventi dietro cui ancora due secoli fa ci si ostinava a pensare all'uomo come ad una creatura eterea ed incorporea, che fosse in grado di soprassedere tranquillamente agli istinti della carne. Nel '900 invece vari autori trattano di sessualità "tout court" ed altri, seppure non in maniera tanto disinibita e spregiudicata, inseriscono comunque questa componente tra quelle che fanno da motore propulsivo alla ridda delle azioni umane.
La brama delle anime concupiscenti si sposta quindi dall'ambito delle cose della religione e della spiritualità a quello delle grazie di un'invitante e procace silhouette femminile; si prega molto meno e si anela molto di più a baciare e a far l'amore; non si organizza più occasioni d'incontro finalizzate a sorbire un gustoso tè e a conversare bensì nella speranza di entrare nei favori di una donna e di completare così l'opera d'accerchiamento di cui questa sia stata fatta oggetto.
Immaginiamo soltanto l'imbarazzo provato da un professore d'italiano che, dovendo introdurre i suoi scolari alla lettura dei romanzi di Alberto Moravia, scopre che il primo impulso alla sessualità del giovanissimo protagonista di "Agostino" è nientemeno diretto verso l'intoccabile figura materna, che viene dunque a perdere gli stereotipati connotati dell'Agnese manzoniana ed è persino coscientemente compiaciuta sia della sua prorompente fisicità sia degli insoliti turbamenti che è in grado di suscitare nell'animo del figlioletto di 13 anni.
Logicamente in questi casi al morigerato insegnante non  resta che far finta di nulla, sorvolare e sperare che la pantomima vada a buon fine. Tanto siamo arrivati già ad Aprile, tra poco l'anno scolastico terminerà e la figura di colui che è preposto alla retta e timorata educazione della gioventù avrà agio di potersi sgravare da qualunque fastidiosa responsabilità e dagli insistiti appelli all'obiettività di una coscienza che vigila su di lui con continuità addirittura petulante. 

     
                             


5 commenti:

  1. Sarebbe un post d'interesse indubbio se non fosse per la tendenza alla sovrabbondanza delle descrizioni e alla prolissità: il/la prof.d'italiano non era troppo severa con voi, giusto?!

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  2. Caro Anonimo,
    grazie per il commento!
    No, i professori non erano severi, ma nel post spiego quali di quali ben maggiori problemi fossero causa i loro metodi d'insegnamento.
    Tu, come altri, fai notare la mia predisposizione alla prolissità... Che vuoi farci, mi piace scrivere!
    E a te piace leggere?

    Grazie anche ai due nuovi "lettori fissi".

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